
Uno sguardo trasversale ed indipendente sul mondo dei media: cinema ma anche TV, arte, società e molta letteratura
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Un'artista interdisciplinare e sperimentatrice di tecniche diverse: arti visive, grafica editoriale, letteratura e poesia orale, nuove culture digitali
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Conosco il fatto. Studio le culture, so come funzionano, almeno a grandi linee e se una cosa del genere sia mai possibile. Quello che parte come esperienza di pochi ed è avversato dalla maggioranza, ancora lontana o pigra per comprendere, arriva dopo un po’ al suo momento di culmine, al suo zenit, diventa gradevole dove prima era impensabile, diventa dominio generale e da lì tutti se ne appropriano. E’ un bene, a quel punto: l’esperienza diventa comune.
Quando leggevo gialli e non parlo di Agatha Christie ma della Highsmith, della Rendell e di tutti i nuovi americani, qui da noi erano serie B, non abbastanza intellettuali. E Scerbanenco, lo Scerbanenco che ora sento citare continuamente, stava sui banchi dell’usato a 1000 lire in quelle edizioni omnibus early seventies con delle copertine da sogno, tra urban culture e grafica marxista. Letteratura trash.
Oggi conosco decine di scrittori di gialli e sono sicura che tra poco la De Agostini farà uscire le lezioni di tecnica gialla a dispense: 60 fascicoli su come diventare George Simenon. E nel primo fascicolo ci sarà la pipa in regalo a 4.90 €.
Li ho amati molto, ma film come Vivere e morire a Los Angeles o Manhunter erano… cosa? Mah. Tu vedevi una rivoluzione, gli altri no.
Da tempo mi interesso di cinema e da tempo sento questa cosa della “rinascita del cinema italiano”. Ma mi domando rinascere da che. Non è una fenice che ce la fa anche dalle ceneri. Qui l’humus è avariato, il seme seccato, le idee agonizzano davanti alle ideologie; la cultura, quella che alimenta un prodotto quando vai a definirlo e non si improvvisa, non si inventa, non si compra, ma è la tua individualità lavorata con pazienza e tempo incommensurabilmente dedicatogli, si è come disintegrata. Svanita. Valore zero sul mercato o poco più. Troppa fatica. E poi a che serve? La questione è però che senza quella, ciò che crei ha lo stesso valore: zero. E a parte qualche caso isolato e meritevole, il resto mi è francamente incomprensibile.
In questi ultimi mesi ho visto diversi film italiani delle due ultime stagioni ma non so di cosa dovrei parlare. Sono davvero nel vuoto completo. Mi imbarazzano i loro assunti, i loro personaggi indecisi, le soluzioni di sceneggiatura che sarebbero troncate di netto in qualunque corso di scrittura, i dialoghi che non stanno in piedi, la recitazione che gratta chiodi dappertutto, la mancanza di immaginazione, come se anni di studi e ricerche di semiotica fossero passati invano, nessuna idea che sia indipendentemente fiera e personale.
Penso al coraggio dei registi degli anni 60 e 70, che non guardavano in faccia a nessuno e non si fermavano davanti a niente. Non sarebbe questo l’arte, visto che così riteniamo il cinema?
È naturale in queste situazioni, per chi ama la cultura visiva e non ha problemi di autarchia intellettuale né di frontiere fisiche, rivolgersi ad altre fonti.
Alla metà degli anni 90, quella rivoluzione che stava accadendo nel fumetto – ne parlarò, qualche volta -e che godiamo tuttora, accadeva anche per la tv e le serie. In USA certo, non da noi. La fiction si è piano piano ritagliata il suo spazio di intelligenza e grazia, di rottura di quelli schemi un po’ idioti che l’avevano accompagnata dagli anni 60 ed è diventata adulta. E di una adultità tutta sua, niente tv= parente povera del cinema. Ma tv, punto e basta. Fatta di cose bellissime. Qui intanto l’apparato addetto alla critica creava miracoli su qualche dato minuscolo, qualche granello che si, forse, si, senz’altro… e snobbava la tv perché non stava bene guardandoti col sorriso di compatimento culturale del povero mentecatto con: “Vuoi mettere il cinema…il sogno, la magia, la condivisione… (si, giusto: 1 ora e trenta al buio isolato da tutti se non per le coca versate sulle poltrone e sui piedi e i popcorn nelle orecchie e il quadro fuori fuoco e l’audio in ritardo di tre minuti buoni…)
E’ l’unghia ingrandita che fa scomparire l’elefante intorno. Lo trovo ripetuto spesso, questo procedimento Ma ognuno è sacrosantamente libero di creare quello che vuole. Noi non ascoltavamo e andavamo per la nostra strada, a cercarci la meraviglia.
Adesso però lo zenit è arrivato anche per le serie tv. Improvvisamente il coro generale si è svegliato ed ha detto: “Sapevate che esistono le serie tv in America che sono belle e non hanno niente da invidiare al cinema (proprio perché NON VOGLIONO gareggiare con il cinema, ribattiamo noi. Lasciategli la loro autonomia, se la sono guadagnata) anzi, sono meglio?”
Bravi. Complimenti per la tempestività con cui saltare sui carrozzoni spinti da altri.
Se qualcuno compra FILMTV legga la lettera pubblicata nella posta del numero 27 perché ne è un buon esempio.
Io invece voglio approfittare per fare una cosa che da tempo sento di dover fare: devo dire grazie ed una volta per tutte agli amici d’oltre oceano, a internet, alle communities e a tutta quella rete di condivisione spontanea che allora era agli albori ma che era ed è tuttora forte più della morte, perché è stato tramite questo – e una discreta abilità con gli algoritmi - che ho visto 0z e Band of Brothers e Harsh Realm e West Wing e The Handler, K Street, RHD, Jeremiah, Six Feet Under, Witchblade, The Guardian, Miracles, Brimstone, The Shield, Boomtown, Hack, The Wire e tutto quello che ancora oggi reputo tra le migliori cose scritte in questi anni di mesta scrittura.
Alcuni mesi fa ho rivisto per caso Miami Vice. Serie di metà anni 80 eppure…. È stato con lei, per chi ha saputo vedere oltre l’allure di auto e belle donne che le cose – certo allora inconsciamente - erano cambiate e non sarebbero state più le stesse.
Spero che questo patrimonio, ora sempre più, e giustamente, alla portata di tutti, serva per rendersi conto di cosa vuol dire scrivere bene, libri o sceneggiature poco cambia, e rispettare il fruitore del tuo lavoro. E per il fatto che se anche si chiama divertimento non vuol dire non sia da considerarsi seriamente. Fuori da qua lo sanno bene.
E vorrei dire un grazie anche a tutti noi – sappiamo chi siamo - che per anni abbiamo diffuso la loro conoscenza: amici, articoli, forum, convegni, discussioni, lezioni. Ce lo meritiamo.
E' uscito il libro che ho curato per il laboratorio di scrittura tenuto presso la Biblioteca di Pergine Valdarno lo scorso inverno. E’ il risultato tangibile dell’esperienza con persone che si avvicinano alla scrittura. Sono racconti e qualche poesia in forma di haiku, sono 10 autori differenti e c’è il mio saggio- racconto:
E Isacco si alzò, raccolse il legno e il fuoco,
sciolse le stringhe e le cinture,
prese con sé il coltello e disse :
"Io scriverò poesie e alleverò maiali."
che raccoglie gli umori che in quei tre mesi ho sentito girare tra i partecipanti e dentro di me. Scrittori, idee, tecniche, pensieri, approcci ad una materia estremamente complessa eppure, per tutti noi, estremamente viva e pulsante che non ci lascia indifferenti. Ci siamo accapigliati, non solo metaforicamente, su molti dei concetti lì espressi. Su che cosa sia, in definitiva, scrivere.
Ma sul serio.
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