- WHY DO WE FIGHT - Il blog di Chiara Micheli

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Uno sguardo trasversale ed indipendente sul mondo dei media: cinema ma anche TV, arte, società e molta letteratura ------- Un'artista interdisciplinare e sperimentatrice di tecniche diverse: arti visive, grafica editoriale, letteratura e poesia orale, nuove culture digitali -------------

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sabato, 29 ottobre 2005

                

                

E’ sesso? Le donne.

 

 

 

Il giorno 13 ottobre, il parlamento, con un voto trasversale, ha respinto l'emendamento che prevedeva la presenza nelle liste elettorali di almeno una donna ogni 3 uomini.Tutti ne hanno parlato ma solo per un giorno: il seguente c'era gia Prodi, la cocaina e le altre belle notizie.

Al di là del fatto che questi sono i soliti deprimenti, miserabili intrighi da politici volti alla conservazione di un posto sgranando i denti, non mi domando perché questa legge non sia stata approvata. Mi domando piuttosto che paese è quello che ha bisogno di una tale legge.

E qui, destre e sinistre, segretari di partiti o operai della Fiat, opinioni o credi, tutto diventa superfluo davanti al fatto che, per riconoscere una parte innegabile, si ha bisogno di una legge. Ma dice molto invece sullo stato di questa parte, che è sempre esistita ed esisterà sempre, eppure sembra qualcosa d’incompleto, di scomodo, qualcosa di cui si ha bisogno ma poi ce se ne vergogna e si tiene alla larga, con un po' di scherno. Un male necessario, le donne? Buone per cosa? E cosa sono?

Dai sacchi di putredine delle prediche medioevali alle madri del nostro 800, alle bambole ipersessuate di adesso, dove devono stare queste donne? Che devono essere?

Che rappresentano, soprattutto?

E' che mi fa sempre strano che un paese divida, non è la prima volta lo dico né l'ultima probabilmente, le persone in uomini e donne. Che sempre ci si rivolga, e con quanta  accortezza, ai signori e signore, no, viceversa, come suggerisce il galateo: due mondi "separati".

Questo dialogo è accaduto ieri, casualmente, tra me e un’altro, parlando di lavoro:

Lui, molto gentile e comprensivo: "Noi uomini siamo fortunati. Per le donne è più difficile, si sa. Hanno tutto sulle spalle, i figli, la casa, il lavoro...."

Io: "Non ci vorrebbe molto a dividere la fortuna..."

Lui, ridacchiando: "Ci si può fare poco con la natura..."

Io: "Forse perché la natura c'entra poco…." 

 

Forse perché c'entra molto, invece, con quello noi facciamo della natura. 

 

Cosa ha, alla fine, di differente, una donna? Cosa fa, di differente?

Qualche attributo di carne in più e meno, qua e là. A pesarlo forse sarà 5-10 kg di diversa disposizione. Un nulla davanti al peso dell'universo.

La differenza si nota quando due esseri s’incontrano e si scambiano qualcosa. In due: io metto un ovulo, tu metti uno spermatozoo. 50/50. Una cosa nuova cresce e chiede asilo. La natura in questo caso, poiché la nuova cosa non è componibile come un LEGO ad incastro ma composta di una sola unità, ha deciso che l'essere che ha l'ovulo lo tenga nella pancia. Si chiama biologicamente "femmina". Nei cavallucci marini si chiama maschio ma sempre di pancia si tratta e gli ippocampi non si scompongono: boccheggiano e lui porta a compimento. Idem la femmina umana (quasi sempre): 9 mesi e poi fa nascere alla luce e al respiro e mette la cosa nuova in braccio anche al maschio. Ora lo tiene anche lui. Lei ha anche il cibo giusto, economico e a portata di bocca e lo dà alla cosa nuova per 7 mesi almeno. Fine della diversità biologica.

Ma intanto l'uomo - genere biologico maschile - su questo ha costruito e continua indefesso a costruire una tale disgrazia che va da quelle eclatanti di pochi - donne uccise perché ritenute socialmente inutili (poi lo porti tu, il bambino? Chiedi consiglio ai cavallucci?) - a quelle più tranquille perché comune a tutti, il corpo usato come carne da macello o da banco o di comodo.

Forse c'entra la legge darwiniana della sopravvivenza e del più forte, della nostra onnipresente necessità di sopraffare quando ne intravediamo la possibilità, intendendo sempre la storia come "Me lo permette, allora ne approfitto" e non pensando spesso che invece esiste la generosità, che fa sì qualcuno doni in piena volontà d'amore, per gli altri o per uno solo, e non perché è un cretino che si lascia fregare.

Ma il mio interlocutore lo capisco.

Si è aggiustato, come molti, nel migliore dei modi: la mamma prima che lo nutriva e gli lavava i panni sporchi, la moglie adesso che lo nutrisce, gli lava i panni sporchi ed in più è anche disponibile per la notte, tira su i figli e lo consola quando è depresso. Lui lavora tutto il giorno.

Non sono le famiglie italiane degli anni cinquanta, quelle cui guardare con un po' dello scherno del mondo che è cambiato. Sono il 90 per cento delle famiglie dovunque, a parte gli sceneggiati e i film e parecchi libri, perché lì in effetti non starebbe bene e farebbe reazionario e cafone. Bè, è quello che è.

Ci sono modi di vita che ci inorridiscono quando li vediamo in tv dietro a veli neri, ma qui non ce ne sono di tanto differenti se nonché non indossano orpelli e quindi si notano meno.

Queste coppie così giustamente stabilite, di genere italiano.

E’ nel tessuto profondo di paesi fatti di genti che usano e non concedono, prendono e non danno, egoismo personale portato a regole ed usi comuni.

Perché quando un costume di vita generalizzato qualcuno lo paga, e a caro prezzo, quel paese ha in sè qualcosa di profondamente sbagliato e non dovrebbe lasciare indifferenti. Così sarebbe un popolo civile e anche i suoi rappresentanti.

Eppure quello che alla fine suggerisce una possibile giustizia futura è il fatto che le prime vittime del pregiudizio non sono chi lo subisce ma chi lo ha. Chi da solo, credendo di separarsi, faccio il mio gioco e al diavolo il resto, non si rende contro che il gioco è in comune e c'è dentro fino al  collo. Ed ogni volta tira quella corda, strozza un poco anche se stesso.

 

Postato da: MenandDreamers a 14:49 | link | commenti
riflessioni, società

sabato, 01 ottobre 2005

                 

               

                

                 VOLTI E FACCE

                  La bellezza in tv 

                    (ma non solo) 

 

Usare le dita è altamente educativo. Sono le 23 passate di un mercoledì. Sto scrivendo e mi fa compagnia MBC3 (tv) che non finisce mai di stupirmi (l’hip hop arabo è tutto da scoprire…). Decido di tornare in Europa. Come in ogni giusta gerarchia di telecomandi italiani ho i primi sette tasti occupati in fila dalle tv nazionali, l’ottavo sta con Oden- da noi RTV 38- e il nono rimane per il satellite.

Zappingo qua e là, anche se non sono una che lo fa spesso, solo quando sono stanca ed ho un televisore davanti. Nel 1° c’è Porta a Porta, salotto illuminato come per un atterraggio di alieni e, in effetti, parlano come loro, nel 2° c’è il reality isolano dove piangono molto - lacrimoni che scivolano su gote tese e immobili ma non per la tensione, sembrerebbe di più per dei ferretti –hanno capelli da poster Wella aftersun e salutano come emigranti di un secolo fa le famiglie lasciate a casa da dieci giorni, sul 3° c’è Primo Piano e Berlusconi e il governo e la sinistra e sappiamo la storia, su Canale 5 c’è Matrix e Berlusconi e il governo e la sinistra e sappiamo la storia, su Italia 1 c’è la pubblicità di una partita, su Rete 4 c’è la partita, su LA7 la pubblicità di un deodorante, su 38 “Racconti lesbo dal vivo, chiamami subito…”

Sono immagini familiari nel loro caos visivo, cioè senza unico punto focale insistito, un po’ come le riprese degli albori, quando si piazzava la macchina lì e si lasciava che tutto accadesse davanti.

Sul nono sto sulla BBC…

E mi fermo.

Perché improvvisamente la tv è entrata nella stanza.

Improvvisamente le immagini di prima, che il mio cervello ha immagazzinato, evaporano.

State of Play è un drama che ho già visto almeno tre volte (anno 2003), quindi conosco bene. Francamente non ha niente di quell’appeal che potrebbe interessare chi guarda: non ha dentro donne che catturino l’occhio, non ha location particolare, giusto Londra sempre uguale a se stessa, non è per niente di azione, parlano molto, quasi sempre al chiuso e perlopiù di notte. Non racconta una storia esemplare ma soltanto una storia di poveri cristi (anche se alcuni di loro hanno molti soldi e posizioni di governo). Ma la vita è più democratica delle persone e la giustizia terrena distribuisce equamente la dose di misteri e tribolazioni pescando nel mucchio. E qui ce ne sono 2 in particolare che se la giocano proprio…

State of Play è una delle cose più belle che ho visto in questi ultimi anni.

Paul Abbott, come scrittore, lo conosco bene, sapevo la prima volta dove andavo a cadere, e qui si cade felici.(Che la BBC giri quelli che si chiamano sceneggiati con rabbia e furore e sana ragione è una cosa che mi inorgoglisce. Che in Italia si girino sceneggiati con l’idea di un’audience di pensionati beoti mi inorgoglisce un po’ meno. Comunque..)

Insomma, dopo le immagini caos mi appare   a tutto schermo la faccia di Paul Morrissey, uno dei protagonisti, che sta parlando, centro schermo, mezzo busto un po’ di lato, scena comune nello sceneggiato.

Ed io sono in un altro mondo e la prima parola che mi viene in mente è “bellezza”.

No, no, non perché Morrissey è bello in senso di prestanza fisica, niente di tutto ciò, non è questo che intendo.

Ma delle menti che girando lo sceneggiato hanno coscientemente deciso di includere la bellezza come ingrediente della loro creazione. Bellezza come armonia, passione, evocazione di mito, simbolo, tutto insieme.

Sono immagini potenti perché sottointendono, suggeriscono, costruuiscono.

Sapienti, perché non fatte per accumulo logorante, ma per sottrazione. Non un risultato standard ma gli strumenti per un mio risultato personale, dove io che guardo decodifico, secondo le mie capacità, interpreto, quindi agisco, non subisco. 

In Italia, dal dopoguerra, grosso modo tutta la nostra creazione artistica, non so per quale ragione, rifugge dalla bellezza in questo senso. Il punto che conta è l’impegno ed è giusto. Le persone con le quali lavoro sanno bene che è una cosa dalla quale non si può prescindere, non è un optional, è insito in ogni nostra azione che giocoforza riguarda sempre anche gli altri. La serietà è l’altro cardine, che non vuol dire serioso, ma prendere sul serio quello che si fa.

Ma il terzo è la bellezza.

State of play è bello non solo perché la storia è bella e lo è perché racconta un’esperienza unica, non un modello “esemplare”, un’idea rivestita di personaggi, ma è bello perché c’è dentro la volontà di valorizzare visivamente una scrittura già bella, espandendola, integrandola, dandole le possibilità espressive del mezzo visivo(quando mi chiedono perché amo Michael Mann, è qui che appunto il mio sguardo e il mio cuore).

Tra scrittura ed immagine non c’è quel divario che mi ripetono: “Si sente che è scrittura, la scrittura al cinema si perde, il cinema(o tv) è un’altra cosa, il libro è libro, l’immagine è immagine” e via di seguito. Mi sembrano banalità.La natura propria dell’immagine, che è essere guardata e quindi essere attraente - e le strade della attraenza sono infinite, non bisogna mai scordarlo, non codificate e stabilite in eterno - può perfettamente sostenere un contenuto complesso e forte. Nessun sacrificio richiesto se non quello che nasce dall’incapacità di chi fa, io per prima.

Certo la bellezza, la sua comprensione, non è solamente innata. La si impara e la si coltiva. Quelli che mi hanno costruito intorno edifici che sono tutti i giorni costretta a guardare e poi voltare la testa, non sanno che cosa è, non l’hanno mai incontrata, se mi dicono che la funzione è una cosa differente dall’estetica. O dall’etica, come se quest’ultima non fosse alla base di entrambe. Contrapporli è il risultato dei poveri di spirito piuttosto che di un destino scritto nei geni dell’opera umana.

I nostri designer degli anni 50 e 60 lo sapevano bene, per questo mi ritrovo per casa vasi e lampade che mi fanno fermare incantata come davanti un tramonto d’estate.

Quando vedo la mediocrità visiva delle immagini proposte penso che sia perché non si sa vedere, non si ha una cultura sviluppata del vedere. E questo, proprio per la natura propria dell’immagine, porta a restituire cattivi servizi.

Si nasconde che la bellezza appaga i sensi, dà godimento e speranza e per questo ci appartiene a pieno diritto: non dobbiamo mai scordare di reclamarla ad alta voce. 

Così non mi piace quando mi ritrovo davanti a storie, già al massimo “volenterose” a livello di scrittura, girate senza occhi. Coi personaggi coi vestiti e le facce inamidate come crinoline ottocentesche, tutte tirate a lucido e lisce, senza imperfezioni, come i loro gesti e quello che dicono. Dov’è la bellezza? Perché comunque raccontano storie “giuste” o “importanti” o peggio ancora, come dicono, “vere”?  Forse per chi si accontenta delle superfici di plastica. Ma alla plastica, per quanto la adori, devo riconoscere una non personalità che sullo schermo, sotto la luce, appare in pieno, misura l’inconsistenza.

Sullo schermo, come nella vita, mi piace la carne, quella imperfetta delle facce che abbiamo tutti. Mi piacciono le occhiaie e i capelli sporchi, gli sguardi miopi, le fronti sudate, le unghie mangiate, i corpi un po’ sfatti, gli scatti di rabbia e di disperazione, le ascelle bagnate, le urla e gli sputi veri.

Mi piacciono le persone, non gli attori. E quelli che lo sono davvero non mentono, ma portano loro stessi là sopra, alla faccia di tutte le tecniche di recitazione. Mi piace la verità, anche se ricostruita.

Mi piacciono i vestiti di tutti i giorni e chi ci si muove, agisce, esiste, anche se in virtuale: non c’è differenza. E di una cosa sono sicura: che la bellezza, come la verità, non è mai banale.  

 

Per chi interessa: BBC UK  State of play       

 

Postato da: MenandDreamers a 00:10 | link | commenti
televisione, scrittura, serie tv



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