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Un'artista interdisciplinare e sperimentatrice di tecniche diverse: arti visive, grafica editoriale, letteratura e poesia orale, nuove culture digitali
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Chi crea, chi distrugge.
E' una coincidenza davvero esemplare, quella che ho vissuto in questa giornata. Cominciata alle 3 di stanotte, senza rendermene conto: da un paio di giorni non ascoltavo telegiornali e news. Cominciata quando ho sentito la notizia dell'ormai prossima esecuzione di Saddam Hussein. Che non mi aspettavo perché annunciata e riannunciata e forse alla fine rimandata.
Invece stava lì, pressappoco con una sola ora rimasta. Mi ha fatto un effetto strano, come credo abbia fatto a molti, come se quegli ultimi istanti di vita fossero i miei: ho rivisto davanti agli occhi scorrere ricordi e racconti di 35 anni di governo iracheno, o meglio una vita iniziata nel '37 e spesa metà a governare il popolo iracheno.
Ieri uno mi ha detto qualcosa del tipo: "La vita di un uomo è la somma delle sue azioni" e non ho potuto non pensare a che vita finiva impiccata alle 6 di mattina a Baghdad, le 4 da noi. Se la vita di un uomo è la somma della sue azioni, che vita è stata questa? In questa somma, il conto totale è algebrico o va oltre? Perché come per ogni altra figura di dittatore su questa terra non si può prescindere dal fatto che era comunque un uomo e forse qualche azione che non portasse direttamente del male l'avrà pure fatta, come amare i suoi figli (mah) o commuoversi davanti ad un tramonto.
Per una tale vita, una fine infima: una corda grossa e 6 boia in uno scantinato e il rappresentante del governo iracheno alle N.U. che dice: "Sappiamo in che condizioni siamo, ma questo è il giorno della giustizia per tutti quelli che ha ammazzato, il cartellino rosso del condannato che così magnanimamente elargiva ai suoi nemici, questa volta è restato nelle sue mani."
Le azioni.
A dodici anni e mezzo ho disegnato il mio primo "vero" disegno. E' una casa su una cascata che sta tuttora attaccata nella mia camera. Alquanto stupefacente il tratto, considerato che è quello di una bambina. Ma ancora di più il fatto che abbia scelto questo soggetto, tra paesaggi con i cipressi, uccelli e nature morte.
Una casa su una cascata. Il suo architetto sarebbe diventato da allora uno delle figure che maggiormente mi hanno influenzato.
RaiDoc ha passato di soppiatto, alle 13 di un sabato ante capodanno, uno speciale su di lui.
Naturalmente si chiama F.L.Wright e per novantadue anni ha costruito case in America e oltre.
Case folli, case assurde, case sghembe, case rovesciate. Case in bilico, case schiacciate, case altissime, case lillipuziane. Case? Templi, luoghi destinati a riti domestici, edifici di uffici da sembrare subacquei come il Johnson Wax - si, quello della cera - o trottole avvolte a zigurat come il museo Guggenheim di New York.
Pareti, muri, tetti, posti dove la gente può stare, vivere, parlare, aspettare. Posti per restare.
C'è in questo mondo chi pensa alla gente come qualcosa da togliere di mezzo e chi pensa alla gente come qualcosa che deve avere un posto. Che sia bello e gli dia felicità.
La vita di ognuno è davvero la somma delle sue azioni. Perché quelle azioni restano, oltre le parole e insieme alle parole. Restano i morti e restano le case. Resta il dolore che hai dato e la gioia che hai provocato. Restano gli occhi per guardare quello che hai davanti e quello che hai in mano e quello che quelle mani possono, anzi scelgono di fare.
Come azione allora per un anno che finisce: la ruggine sulle armi mezze sepolte nella sabbia della guerra del Kuwait o dell'Iran non è la stessa ruggine che sta sui tubi di piombo della stanza da bagno o in quelli del riscaldamento centralizzato di qualche villino stile Liberty in Pennsylvania.
Per quanto sembri banale, l'augurio di non scordarmelo mai mi sembra buono per me e per tutti quelli che lo vogliono. Per un anno che inizia.

Amo la musica elettronica. Amo quello che la macchina, nutrita di ingegno umano, può produrre. I rumori di parti che cozzano e superfici che sfregano non è molto lontano per me da una scala armonica naturale. Sono pezzi di suoni entrambi, cibo destinato alle orecchie insieme alla riflessione e all'ispirazione.
Ricordo concerti sciagurati e perfetti nel loro caos, sfracellati dalle loro stesse mani: Einsturzende Neubauten, Clock DVA, la scena techno da un po' di anni, la sperimentazione da sempre, decine di altri.
La scena rock esiste soprattutto perchè esiste l'elettricità e la tecnologia. E chi fa di questa tecnologia non solo un mezzo, ma si ferma a considerarla, a guardarla in faccia prima di usarla, ha il mio massimo rispetto.
Ogni tentativo di esplorare ciò che sembra scontato o peggio, refrattario al bello, inteso come appunto armonia, è per me motivo di interesse. La ripetitività non un limite ma una porta di accesso a modi alternativi di sentire: la definizione indefinita, la forma non precisamente ritagliata, gli spigoli nella comprensione conciliata sono i punti di partenza essenziali, imprescindibili per le persone che fanno arte. Se la fanno veramente.
Thomas Dolby ha cominciato a comporre elettronica nei primi anni '80 ed è considerato ormai uno dei precursori. BT invece lo fa da meno tempo ma fa parte di quelli che con la loro musica stanno accompagnando molti dei miei giorni. Autore anche di colonne sonore, non posso non citare quella di THE FAST AND THE FURIOUS perchè è di una evocatività perfetta, spremuta dalle notti afose e puzzolenti degli oli di scarico. Ma soprattutto è di "questi tempi". Di quante persone che creano, scrivono o inventano, cantano o parlano, posso sinceramente dirlo?
Adesso i due tipi si sono uniti e stanno scorrazzando per i theaters americani in uno spettacolo che vorrei vedere (presumo un'uscita in DVD nel prossimo futuro).
Nel frattempo su Deviantart hanno messo il video di 1.618, pezzo tratto da This Binary Universe di BT, ed è scaricabile.
Attenzione, non è un video classico, è "IL VIDEO", ovvero 186 MB di Divx 5.1.
Chi ha una connessione veloce lo prenda perché merita. Gli altri possono ascoltare l'audio.
----> BT e Thomas Dolby su DeviantArt.
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