- WHY DO WE FIGHT - Il blog di Chiara Micheli

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Uno sguardo trasversale ed indipendente sul mondo dei media: cinema ma anche TV, arte, società e molta letteratura ------- Un'artista interdisciplinare e sperimentatrice di tecniche diverse: arti visive, grafica editoriale, letteratura e poesia orale, nuove culture digitali -------------

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mercoledì, 14 febbraio 2007

 

 “Dobbiamo andare”
 “Si, ma dove?”
 “Non importa, l'importante è che andiamo.”

                                                            (Sulla Strada)
 

Non è la prima volta che succede. Neanche la seconda, per la verità. In questo particolare caso è la terza. Ennesima se guardo al generale, ma adesso vorrei stare sul ristretto locale e quindi è la terza. Pare che io appartenga, insieme a diversi altri, milioni direi, ad una speciale categoria cui è stato dato l'aggettivo di decerebrati. Mi vengono in mente memorie importate di manicomi da tortura, stanze degli orrori di fine ottocento con i poveretti legati ad urlare, sputare e grattarsi. I vegetali, li chiamavano, reminiscenze di Lombroso. Quelli che il cervello lo hanno perso, anche se fisicamente sta ancora lì. O forse non l'hanno mai avuto, sai che peso per la famiglia e la società che devono essere come si deve. Perfette, l'uomo è perfetto, prima di tutto il cervello, se no non è un uomo. Razionale e scientifico.
Oggi, in tempi di politically correct, guai sarebbero a dare ad uno con problemi di mente l'epiteto di decerebrato: si rischia di suonare un tantino razzisti e cafoni. Così lo si usa in senso traslato, ma sempre ad indicare quelli che il cervello se lo sono comunque bevuto, incapaci di comprendere.
Abbiamo minacciato lo Stato? Ci siamo messi a regalare i nostri beni? Peggio. Apparteniamo a quel gruppo di persone cui piace una trilogia di film che si chiama THE FAST AND THE FURIOUS. Per quelli che il cervello ce l'hanno ancora spiego che è quella serie dove ci sono belle ragazze, tosti ragazzi, musica rock/tecno e macchine truccate. Molto truccate. E l'ora e mezzo che ogni film dura è fatta per raccontare una storia di conflitto tra i suddetti tosti che si risolve in una lotta titanica non a suon di pistole ma in una corsa illegale a vedere chi primo arriva. Fine. Più o meno. I sottintesi psicologici si accumulano.
Quando dico che a me piacciono, bisogna che tenga sempre conto del distinguo tra gli ambienti. Se sono su un treno o al supermercato, funziona. Se sono in un circolo di intellettuali c'è un iniziale annebbiamento dello sguardo dell’interlocutore, che si schiarisce solo quando capisce e realizza: lo dicevo che mi si stava prendendo in giro, e si volta sollevato.
Ma cos'è che ci piace? Le macchine, probabilmente, e quel che di stradaiolo e populista, un sano odore quotidiano, familiare, che hai voglia di realismo sociale del cinema italiano: se lo sogna.
Ci piace quello che guidare una macchina fa provare da sempre, anche quando la macchina, come la mia, è una Fiesta anno 1992 colore depresso: la libertà. Che è libertà anche quando sei intasato nel traffico invece che da solo su un rettilineo deserto.
Io adoro guidare. Adoro sterzare e parcheggiare, infilarmi dove non posso, uscirne e qualche volta no. In macchina penso, chiacchiero, mangio, ascolto musica, batto il tempo e la metrica e l'altro che tutti facciamo.
Di giorno è bello e la notte è ideale. Le strade di notte sono strisce di velluto punteggiate di stelle sfocate, opache luci che scaldano.
E questi film, effetti speciali e dialoghi traballanti compresi, ce la danno. Me la danno. Strano davvero. Più che altro mi piace proprio la materia, la lamiera e la gomma, i colori sgargianti e le vernici fosforescenti. Per me vanno perfettamente daccordo con la letteratura. Come va daccordo col fatto che amo tutte le macchine, computer e ogni altro aggeggio industriale, mi piace come sono fatti dentro e uso i cacciaviti come segnalibri dei sonetti dei rimatori trecenteschi. Si, strano davvero, che cosa sia davvero cultura. Jack Kerouac, di cui è uscito un libro strepitoso (una ampia selezione dei suoi diari personali) lo sapeva bene. Consiglio a chiunque di comprarlo al volo, tanto per capire come si conciliano altri due presunti opposti, Cristo ed il beat, e ci ridà, dalle sue parole direttamente, una sorta di innocenza di critica su un personaggio che in Italia è stato costruito e inventato, ma credo molto poco capito, spogliandolo di quell'aura da poeta maledetto che fa tanto piccola trasgressione borghese casalinga ma che per uno scrittore come lui (e francamente chiunque) trovo ridicola e riduttiva.
Così oggi, quando su FILMTV numero 7 ho letto la recensione di The Fast and The Furious: Tokyo Drift, ora su Sky, e l'ennesimo critico cinematografico ha pronunciato la parola suddetta rivolta agli spettatori, ho gioito.
Decerebrati in questi giorni non sono quelli che chiamano sport stare a sedere sugli spalti e dire: “la mia squadra ha fatto questo, si è parato da dio, che goal abbiamo fatto...” perché hanno ragione, il calcio è cultura. Lo dicano ai genitori dei ragazzini che si scannano mentre guardano i loro figli decenni giocare nel campetto di paese, sperando che diventino milionari, e altri fanno esercizio ammazzando i poliziotti.
Oppure la “Cultura Moderna” di chi ha il cervello è il programma di Canale5 con le tette proliferate e milioni da vincere da casa (notate un tema ricorrente qui?).
Decerebrati siamo noi che non capiamo che in certe torri nostrane il cinema deve essere quello giusto e riconosciuto d'arte, possibilmente con il contenuto rilevante (da chi e che cosa?) e non ci si vuol rendere conto che con quattro battute e sette inquadrature qui si riesce a costruire un mito ed un epos, un elemento fondamentale della cultura in cui la collettività si riconosce, dove altri, leggere: quasi tutti, a suon di testi sociologici e trattati carismatici, falliscono miseramente.
Così ce lo dicano ancora, è bellissimo essere decerebrati. Noi intanto andiamo.

.

     Un mondo battuto dal vento 
                                   Kerouac Jack, Mondadori
                                               
€ 17,00  

Postato da: MenandDreamers a 21:19 | link | commenti (1)
cinema, letteratura



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