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Non posso non mettere la seconda puntata di questo serial festivo che mi è arrivata oggi sotto forma di una seconda lettera con il resoconto del Natale all'altro capo del mondo.
...Grazie di cuore per il vostro messaggio che è stato fatto partecipe ai miei bambini e comunità. Tutti siamo rimasti felici di sentirvi accanto a noi. Il S. Natale ci fa sentire tutti più famiglia e più buoni. Questo clima natalizio l’ha vissuto intensamente tutta la gente della mia Missione, in particolare i miei prediletti bambini. Veramente si sono sentiti al centro della festa e dicevamo di essere loro le persone più vicine a Gesù perché Lui è nato bambino ed è bambino come loro. Vari bambini durante la Liturgia della notte del Natale ringraziavano Gesù bambino per essere nato come loro, povero, nella capanna, bello, buono e bravo come loro. Qualcuno raccomandava a Gesù di fare il bravo, di non piangere quando ha fame e di non dare dispiaceri a mamma Maria e a papà Giuseppe. Le preghiere dei bambini sono state le più belle. Si sono ricordati di tutti dicendo persino i vostri nomi. Hanno pregate per la pace, perché nel mondo scompaia la fame, la miseria, perché tutti siano fratelli tra i fratelli. Per un giorno, tutta la gente, in particolare i bambini, hanno potuto sfamarsi. La polenta e fagioli è stata in abbondanza per tutti. Ho pranzato a tavola con i miei fratelli missionari, con le brave sante suore (generosissime) e alcuni responsabili laici della missione. Un bel pollo di un Kg e mezzo è stato sufficiente per il pranzo natalizio per 27 persone: la polenta e il riso con pomodori non è mancato. Persino il panettone fatto con la farina di granoturco e zucchero è stato ottimo. Non mancava proprio nulla poiché il clima di gioia e di fraternità si notava in tutti. Abbiamo pregato per voi tutti. Abbiamo persino fatto del pettegolezzo e dei bei commenti esagerati ricordando anche voi riuniti attorno al panettone e ad una montagna di cibo, regali e luci. Insomma abbiamo parlato anche di voi: sempre bene però! ...
Non so quante volte ho riflettuto in questi ultimi tempo su che cosa sia per chi scrive scrivere: il senso che abbia, il fine possibile, se non sia spreco di energie e di narcisismi deficientemente incanalati.
Insomma. Se scrivere non mi serve per vivere una fuga, che "mi porta lontano e mi fa sognare", come nei peggiori commenti al film preferito, se scrivere non è il fatto di poter andare ad abitare perennemente in quell'elettrodomestico da salotto che centrifuga cervelli e discernimenti o dentro le critiche del critico di turno nella rivista di turno del festival di turno, insomma, il mio posticino assicurato di fama e salamelecchi, inchini e complimenti nelle prossime antologie, allora, ma che scrivo a fare?
Ognuno che scrive scrive per ragioni differenti, e il prodotto del suo scrivere prende strade differenti. Ma potrei scrivere senza scrivere? Potrei far scrivere solo gli altri? Mi sa che è quello che sto facendo sempre più spesso e neanche poi troppo inconsciamente. Mi sento di nuovo un mezzo e non un fine e posso assicurare che è una posizione di privilegio sentirsi un acciarino.
Mi fa molto pensare anche a che cosa sia fare giornalismo seriamente, ascoltare invece di parlare, testimoniare invece di interpretare. Testimoniare. Credo che, per quanto confusamente e certo non intelligentemente, scrivere sia questo per me. E se la mano che lo fa sia la mia o quella di un altro mi è indifferente. Ma testimoniare che cosa? Quello che mi fa comodo, quello che credo di vedere? Quello che mi piace sapere? Quello che è socialmente - ah quanto! Non c’è schitarrata o pagina scritta che non lo sia ultimamente - corretto?
Qui quelli che sopravvivono con la nostra striminzita generosità?
Dall'altro capo del mondo loro muoiono di fame di pane, noi in questo capo del mondo moriamo di fame d'amore. Questi capi del mondo non sono poi così lontani, hanno entrambi piedi sporchi e fragili.

Testimoniare. Il fotografo Hans Madej ha scoperto qualche anno fa un villaggio, nella Polonia orientale, dove la gente vive usando la Bibbia come sceneggiatura per la vita. Ognuno ha un ruolo assegnato, ognuno è partecipe alla costruzione della futura capitale del mondo, posto ufficiale del paradiso terrestre. Che loro aspettano, secondo le parole del profeta Eliasz vissuto negli anni '30. E permette loro di sperare e sopportare religiosamente guerre, rivoluzioni e comunismi.
Così rido del pollo diviso in 27 e del panettone che non io ho mangiato: terrò le uvette come le briciole di Hänsel e Gretel, per ritrovare la strada tutte le volte che la perderò nel prossimo anno (e saranno diverse, presumo).
Das Paradies auf Erden, film di Hans Madej, uno dei migliori che mi sia capitato di vedere, è qui.

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