- WHY DO WE FIGHT - Il blog di Chiara Micheli

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lunedì, 04 febbraio 2008
LE RADICI DEL MALE - CRIMINAL MINDS

Ne avevo già parlato in precedenza ma non posso non ritornare su una serie tv che sta diventando a mio giudizio una delle più sorprendenti in assoluto nel panorama delle ormai centinaia che occupano i palinsesti di tutto il mondo.
Una serie che mi ha fatto riflettere su che cosa si cerca, anzi, cosa io cerco quando decido di dedicare un’ora a guardare qualcosa che sia di struttura narrativa, insomma, non info né edu.
La storia per cominciare. Qui non c’è molto da dire. Tutti vogliamo che ci venga raccontata una storia. Perché? Perché le storie elaborano i nostri vissuti e i nostri desideri, danno, per quanto possa sembrare strano, sentieri da percorrere. Altrimenti non si spiegherebbe perché da sempre l’uomo è affamato di storie. Li sento, i miei antenati intorno ai fuochi, distesi sulle pelli a narrarsi di bestie misteriose o di parole impronunciabili tramandate da saggi intoccabili. Di terre inesplorate di dragoni e di vite in pericolo. Le storie ci mettono alla prova, testano chi siamo e cosa siamo. Con un lato di sicurezza, che ci garantisce che il viaggio, perché sempre di viaggi si tratta, per quanto pericoloso, non arrecherà danni fisici. E’ solo una storia.
Non ha pensato che fosse solo una storia l’interprete principale di Criminal Minds, Mandy Patinkin, che all’inizio della terza stagione ha abbandonato la serie perché ritenuta contraria ad ogni suo modo di concepire la vita, dannosa, assolutamente crudele e di violenza inaudita. Ora, so che dicendo questo faccio solo una pubblicità positiva, visto che la maggior parte della fiction cerca sangue a iosa e sguazziamo tutti volentieri negli squartamenti. Ma per Criminal Minds il discorso è molto, molto più complesso.
E pensare che tre anni fa cominciando a vederla per caso l’avevo bollata come reazionaria.
Io che seguo ugualmente anche le serie inglesi oggi non posso che pensare che sia in qualche maniera la giusta erede di quel capolavoro ancora insuperato di Touching Evil creata da Paul Abbott (non male neanche il rifacimento Usa, anche se molto differente).
Criminal Minds parla del male. Ma non del male che succede, la moglie uccisa dal marito in un eccesso di rabbia, un’auto assassina che si dilegua. Criminal Minds parla del male fatto volontariamente, calcolate e messo in atto deliberatamente. Di menti criminali, appunto.
Per questo è sconvolgente. Non perché si veda tanto sangue, che non c’è, ma come seriamente questo sangue viene trattato. Come, a differenza delle decine di serie stupidaggine modello Csi e i milioni di derivati nati scaduti - dove i morti sembrano manichini e tutte le storie un balletto di frasi anestetizzate - siano le menti, invece di attrezzi e plot improbabili, ad essere il centro vitale, o meglio dire, mortale, delle storie.
Si, perché è di distruzione che parla. Touching Evil lo diceva: toccare il male fa diventare anche te, che stai dalla parte del bene e cerchi di sconfiggerlo, parte del male. I modi come riesci a rapportarti con questo dato angosciante è come si svolge anche Criminal Minds. Il morire della tua parte più umana come uno stillicidio, senza soluzione, senza possibilità di fuga, se non l’uscire del tutto di scena. Quando l’hai provato, non è abbandonando il lavoro che ti libererai. Ormai sei stato toccato, non ritroverai la tua innocenza primigenia. Ucciderai a fin di bene, farai anche tu le stesse cose del tuo avversario, anche se dalla parte della legge. Ma legale non è necessariamente morale, anzi forse quasi mai. I personaggi che compongono la squadra del BAU sono come corpi aperti a mostrare le loro stesse viscere, e la scrittura del loro destino, così disperato e solitario, è qualcosa di estremamente affascinante da seguire. Storie cui dare attenzione.
Quanta letteratura dell’ottocento americano mi fa venire in mente. Quanto stupore di come un’industria riesca, attraverso un prodotto, a parlare del centro vitale di un’intera cultura. Quanto in questa maniera saltino ancora tutti i paletti imposti dai rimasugli del ‘900 intellettuale tra cultura alta e bassa, tra letteratura e spettacolo: non come opposti in guerra per il controllo del giusto, ma come semplici facce di una stessa medaglia, a rimarcare l’affermazione wildiana che ho sempre condiviso: che non esiste per una creazione che un unico modo di distinguerla: bella o brutta, fatta bene o no.
Come per il male. Se uccidi qualcuno, qualunque sia la giustificazione, anche la più santa del mondo, il risultato rimane: hai ucciso qualcuno.
La cosa che mi fa felice è che c’è chi tenta strade molto difficili nella fiction e viene ripagato. Senza ascolti stellari e attori sulle copertine dei rotocalchi, ma invece un lavoro certosino di costruzione di caratteri, storie che si dipanano, anime che s’intrecciano, attridono e implodono, si sviluppano come nella vita reale, s’inceppano, inciampano, ricadono, si piegano, ricadono e non c’è lieto fine. Una scelta editoriale che ha costruito una serie come questa fino ad arrivare dove è adesso fa onore alla CBS, la produttrice. E se le 13 puntate di questa terza stagione – purtroppo probabilmente anche finali per quest’anno, visto lo sciopero degli scrittori del WGA - sono tra le più belle che ho visto, qualcosa vorrà dire. Ci sono serie fatte non con il solo intento dell’ascolto comodo, ma con l’intento di parlare di cose difficili e portarlo avanti seriamente, decisamente, senza ripensamenti. Certo non per tutti, sia chiaro. Certo una delle migliori.

 

Per chi vuole sapere da dove nascono serie come queste e i libri disponibili, un indirizzo:
http://www.johndouglasmindhunter.com/books/index.php

John Douglas è in qualche maniera il fondatore del metodo e dopo averci quasi rimesso la vita, si è ritirato dedicandosi alla scrittura.

Postato da: MenandDreamers a 16:23 | link | commenti
scrittura, serie tv


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