
Uno sguardo trasversale ed indipendente sul mondo dei media: cinema ma anche TV, arte, società e molta letteratura
-------
Un'artista interdisciplinare e sperimentatrice di tecniche diverse: arti visive, grafica editoriale, letteratura e poesia orale, nuove culture digitali
-------------
LANDSCAPES
LEI VENDE TABERNACOLI
Deadmedia Project
Japanesestreets
Lost Highway
Pigrecoemme.com
Rottentomatoes.com
arte
cinema
cultura
in settimana
info
letteratura
libri
media
musica
poesia
politica
referendum
riflessioni
scienza
scrittura
serie tv
societÃ
storia
televisione
visitato *loading* volte

Su un muro non lontano dalla mia casa per molti anni è rimasta questa scritta a vernice: FINIRETE TUTTI PER CREPARE DELLE VOSTRE COMODITA'. Non ho mai saputo chi fosse l’autore, oggi quel muro fa parte di un nuova abitazione e la scritta è scomparsa sostituita da pietre a vista molto Summer in Tuscany.
E' una scritta che ho ancora in mente quando penso a questo paese. Ci penso troppo? Si può essere svegli, agiati e in salute e non pensarci? A quanto pare ci si riesce benissimo.
Questa settimana una trasmissione come TG2 Dossier ha fatto la sua incursione su come il resto del mondo vede l’Italia e non è stata una sorpresa. E’ esattamente come gli italiani vedono se stessi. Il che sarebbe da ridere se non fosse da piangere.
Ma un’altra trasmissione come La Storia Siamo Noi ha dedicato un’ora a Fred Buscaglione. E non mi ha stupito che dietro una forma apparentemente leggera come un personaggio della canzonetta, ci sia stato un progetto estremamente curato ed intelligente portato avanti dallo stesso e da Leo Chiosso, figura emblematica dello spettacolo italiano. Ovvero ci sia stata cultura, arguzia, intraprendenza e voglia di rischiare senza paura, con profonda passione e infinito entusiasmo, che hanno dato poi frutti belli e originali interrotti poi da una morte prematura.
O Report ieri sera, a raccontarci del male che facciamo inconsapevoli quando spilucchiamo fragole a dicembre e intanto là, semplici e decise, le centinaia di persone che ci credono e applicano il biologico come scelta di vita e non solo di tasca.
Oggi è un giorno importante, è giorno di elezioni. Ma tutte le volte che ci arrivo mi domando se sappiamo veramente che cosa vuol dire.
Che quando io, tra poco, andrò a mettere una croce su una scheda, la mia mano sarà guidata da tutti quelli che per fare quella scheda hanno speso la vita e il pensiero. Ci saranno i miei antenati romani che hanno ideato e scritto codici, ci saranno i miei antenati medioevali che li hanno elaborati, ci saranno i miei antenati rinascimentali che li hanno studiati, ci saranno i miei antenati risorgimentali che li hanno messi in dubbio. E ci sarà una costituente che sessant’anni fa ha previsto che anch’io fossi considerato cittadino e quindi persona, entità capace di nessi e decisione. Che strada lunghissima ho dietro le spalle. Ma quanto tempo noi spendiamo per guardarla? Considerarla?
Noi oggi sappiamo la nostra situazione politica devastante. E invece no, non è la situazione politica. Vorrei che fosse lei. Userei le formule fornite a iosa in questa campagna elettorale: a casa i vecchi, via quelli con più di due legislature, via gli inquisiti, no a chi ha legami con la mafia, la camorra ecc, e tutto sarebbe a posto. Pulito. Trasparente. Ma io so che non è questo, è solo un’apparenza. E’ la situazione umana ad essere devastante. E qui il problema diventa un abisso.
Perché siamo dei corrotti, ecco quello che è.
Forse è cominciata quando…..già, quando?
Quand’è che abbiamo venduto la nostra anima per un posto fisso, una pensione, una vacanza a Sharm El Sheik, un contratto Tim, una passata in televisione, una scopata appena possibile, una sniffata, un plasma 42 pollici? Perché è questo che siamo, corrotti, con tutto il nostro buon carattere di italiani brava gente, e lo siamo davvero, gran cuore, ma immersi in questa droga soporifera di benessere che ci ha dopato, come dice giustamente un mio amico, tanto che socchiudiamo appena gli occhi dallo stato prostrato in cui beatamente fluttuiamo e lasciamo che tutto scorra. Che tutto scorra.
Il banale del risveglio è che niente scorre da solo, tutto ha dietro una mano che decide il percorso e se non è la tua sarà quella di un altro.
E difficilissimo definire l’identità di un paese. Quella pulsante, intendo, sanguigna, non gli stereotipi gratuiti. Ed è altrettanto difficile stabilire che voglia dire, per chi lo abita, la parola identità riferita a se stesso in rapporto al suo paese. E se ha un senso. Gli italiani sono in fuga dal problema, lo vediamo. C’entra il nostro disgraziato passato fascista o è qualcosa di più profondo e radicato?
Quand’è che abbiamo deciso che vivere da servi è meglio che vivere da liberi? Che scappare è meglio che restare? Che l’invisibilità è meglio della presenza? Che delegare è meglio che fare? Che essere ignoranti è meglio che sapere, conoscere? Che rassegnarsi è meglio che lottare? Che rubare è meglio che lasciare? Che fare i furbi è meglio che dire no? Che mentire mentire mentire mentire mentire mentire mentire mentire è meglio della verità?
Queste sono domande a cui non trovo risposta perché non mi ritrovo nell’identità che definiscono. Non è la mia.
Non mi ritrovo negli schiamazzi, non mi ritrovo nelle menzogne usate per offendere, non mi ritrovo nell’indifferenza e non mi ritrovo nell’odio: né di casta, né di genere, né politico né personale. Non mi ritrovo nell’egoismo che fa veder solo i tuoi bisogni, nel chiudere gli occhi sprezzanti o sospirare rassegnati, non c’è differenza, non mi ritrovo nella cialtronaggine perenne, onnipresente, con cui si confonde sacro e profano, cose che contano e cose che no, inutili, stupidaggini, perdite di tempo, cazzate, prospettive di proporzioni sballate, o la bellezza e la bruttezza sovrapposte in un ammasso informe che non ha scarti, sono un livellamento remissivo. Non mi ritrovo in una lingua ridotta a simulacro, non mi ritrovo in valori per me fondamentali come lealtà, coraggio, coerenza sbeffeggiati dal primo “intellettuale” di passaggio, non mi ritrovo nell’evidenza oggettiva piegata alla cecità personale, alla nostra misera insufficienza che non confesseremo mai. Quand’è che delle quattro categorie umane di Sciascia l’ultima è diventata la prima per numero?
E mi fa particolarmente schifo che ci si vergogni delle nostre radici e che per questo, da quarant’anni, facciamo culturalmente finta che il “prima” sia scomparso, in una visione autoreferenziale del mondo che ci riduce a bambini frignanti, tremanti davanti al buio. O che scambiamo le nostre radici per qualche miserrima ideologia da quattro soldi, tanto comoda da essere una poltrona con schienale, ora sfondata.
Le mie radici sono le radici del mondo, la mia pelle è segnata da tutte le impronte che hanno camminato su questa terra grezza, viene da lontano. Il mio nome è fatto del nome di chi mi ha preceduto. E quello che non vogliamo, non vogliamo, accettare: che sul mio nome verranno i prossimi.
Non è mai inutile ricordare ancora che se non sappiamo da dove veniamo, non sappiamo dove stiamo andando. Ed infatti siamo in mezzo ad una strada sterrata, di ciottoli, decine di cartelli al crocicchio e noi lì immobili, a leggerli compitando lenti, mentre intanto facciamo scorrere il tempo e mangiamo il panino della nostra fame millenaria.
E per ultimo non mi ritrovo nella cosa più triste di tutte, non mi ritrovo nel fatto che anche se molti lo pensano, nessuno lo dica. Soprattutto per noi stessi, tanto bassa la nostra stima. Si, perché sono propensa a pensare che oltre quella personale ne esista una collettiva, qualcosa che ha a che fare con il concetto che un popolo ha di sé, e come questo influisca su questa nazione in stato depresso perenne. Almeno a parole.
I padri ci hanno deluso. Ossessionati dal benessere e dalla ricchezza si sono dimenticati che non sono i soldi a farti essere umano, che esistono cose senza un prezzo né un’etichetta e non è che se decidi di ignorarle scompaiono. Ma i figli, supini a qualunque cosa, senza sguardo, senza senso, senza meta, senza convinzione, senza un naturale, sano, fondamentale senso di rivolta, anche di più. Ragionieri della vita, cloni dei cloni. C’è niente di più rivoltante? Neanche nelle più traumatiche fantasie dickiane.
Si dice che ora in questo paese ci sia voglia di cambiare e si enumerano milioni di corpi e concetti. Vorrei aver sentito un politico dire: io per primo devo cambiare.
Così tra poco vado a votare, ci vado abbracciando la speranza a barlume in nome di una memoria che non voglio seppellire e di un futuro che non voglio negare a noi tutti, vado a scegliere tra il meno peggio, a scegliere il meno corrotto, in nome di valori che questi neanche sanno cosa sono. Ma poi non potrò lamentarmene perché anch’io, come tutto questo popolo, sono responsabile di quello che ci aspetta davanti. E quello che avremo sarà quello che ci siamo meritati. Perché voglio ascoltare anche me dire: io per primo devo cambiare.

oggi
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
luglio 2005
giugno 2005