
Uno sguardo trasversale ed indipendente sul mondo dei media: cinema ma anche TV, arte, società e molta letteratura
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Un'artista interdisciplinare e sperimentatrice di tecniche diverse: arti visive, grafica editoriale, letteratura e poesia orale, nuove culture digitali
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Per cominciare un blog come si deve, mi sento in dovere di chiarire subito una cosa: non sono normale.Che vuol dire?Che io vedo cose che gli altri non vedono e non vedo le cose che tutti gli altri vedono. E nel mezzo, c’è la mia completa inadattabilità.Ergo, esulo da qualunque certezza.Diversamente da coloro che non hanno altro desiderio che apparire diversi, qualcosa di alternativo, e consumano le loro energie per scappare dal tran tran quotidiano borghese comodissimo ma che sta stretto, fisicamente e anche ideologicamente, io non ho mai cercato che di essere come tutti gli altri, invisibile e mimetizzata: uno dei tanti.Risultato: non c’è verso. Dopo sforzi titanici che sono ormai francamente fuori delle mie possibilità e dalle mie risorse, mi sono arresa. Ok, non sono normale.Chi mi conosce bene lo sa già da tempo e si tiene alla larga. Lo consiglio a tutti, in effetti. I mostri sono interessanti nei romanzi; nella vita direi un tantino più deludenti. E poi è nella vita che fanno davvero paura, perché a differenza di un racconto, non ne vedi mai la fine (con la giusta punizione o il bric-a-brac di “il finale te lo lascio un po’ ambiguo, vedrai che ritorna).Mi sono rassegnata.D’altra parte, perché la normalità si possa riconoscere, ha bisogno dell’anormalità che la possa definire. Quindi anch’io ho una funzione, dopotutto.Questo blog nasce per questo.Perché continuano a chiedermi dove trovarmi (lo so, prima o poi arriverà anche il sito, va bene) e perché questo difficilmente sarà il posto delle cose normali.Io scrivo. Insegno scrittura. E scrivo. Più dieci altre cose che mi mantengono sana.In questo momento sto traducendo Owen. Il poeta inglese, intendo. Quello morto nella prima guerra mondiale, una settimana prima dell’armistizio.Io sto da sempre a metà tra mondo anglosassone e mondo latino e dacché li frequento, non è che siano mai andati molto d’accordo.“Sono strani, gli inglesi….” dicono.Forse noi non ci siamo guardati abbastanza.Ma a chi può importare di uno, inglese, morto nel ’18, romantico, decadente e che scriveva poesie?Il fatto è che anch’io scrivo poesia.E la leggo. E la diffondo dove e come posso. Così quando l’ho incontrato (o meglio, rincontrato: quelle sue lettere…) ho visto un altro anormale e ci siamo riconosciuti.Ho cercato dappertutto in Italia ma l’unica edizione possibile è un Einaudi 1985, fuori catalogo, rigorosamente di “Poesie di guerra”.Giusto.Il problema però è che Owen non è un poeta di guerra. E’ un poeta. Punto.Non sono cinquanta le poesie - quelle che grosso modo circolano di lui - ma 120 tra complete e frammenti - molti, perché non aveva messo in conto di morire: il martirio non gli si addiceva e le morti giovani, vivi veloce e lascia il bel cadavere per i poster postumi e le antologie, non erano ancora arrivate nelle brune di Avalon. (E no, non aveva neanche conosciuto Kurt Cobain e Gus Van Sant) -.Così pare che le rimanenti settanta non siano normalmente prese in considerazione da tesi ed accademie perché sfuggono a qualunque sua irreggimentazione - questo termine gli sarebbe piaciuto - nel modello predefinito che gli si affibbia per comodità.Perfetto.Quindi eccomi qui a disputare rime e pararime (oh, si, grazie, ma l’italiano non è mai stato proprio flessibile…) per rendergli giustizia in metrica ed assonanze.A chi interessa leggerlo in inglese c’è il text di Oxford , per quanto trascritto dai manoscritti con una sciatteria che ha dell’incredibile: http://www.ota.ahds.ac.uk/Per l’italiano invece, per quanto ne so, io sono la sua prima traduttrice completa.E cosa di meglio, per cominciare, che chiamare qui anche lui? Che sia il nume tutelare degli uomini morti e di quelli che sognano.

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