- WHY DO WE FIGHT - Il blog di Chiara Micheli

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sabato, 30 settembre 2006

                      Non voglio più essere civile

 

Uno strano stato d’animo mi ha preso in questi giorni. Dapprima non mi sono resa conto di cos’era, poi ho capito. Si chiama vergogna. Ho cominciato a provare vergogna per  una storia che si è trascinata per giorni e giorni nei media italiani ed ieri sera ha avuto il suo epilogo esemplare.

Vergogna perché anch’io non molto tempo fa avevo dieci anni e so cosa vuol dire avere dieci anni e essere una bambina, genere femminile.

Vuol dire avere poca protezione, anche se hai i genitori e ti vogliono bene, in un mondo che comincia a giudicarti merce appetibile. E la bambina di questi giorni neanche li ha, i genitori,  chiusa dentro un orfanotrofio in quella tragedia di nazione che è la Russia del dopo comunismo. Con  Chernobyl come bonus aggiuntivo.

Ho ascoltato per giorni gli appelli disperati di due persone qualunque che hanno avuto con loro una ragazzina in vacanze italiane, dove ha mangiato,  è stata amata e ha trovato una famiglia. E con questi nuovi quasi genitori  si è aperta: “Là mi danno noia, mi fanno violenza, non voglio tornare, se torno mi ammazzo”.

Ho ascoltato allora le parole dell’ambasciatore bielorussso indignato perché i quasi genitori avevano mancato l’appello al ritorno e l’avevano invece nascosta, chiedendo una soluzione accettabile per lei: “La legge è la legge e va rispettata. Anzi, se non ce la ridate interrompiamo qualunque rapporto di collaborazione. D’ora in poi a nessun altro nostro bambino sarà permesso di venire in vacanza in Italia. Ecco che cosa vi siete guadagnati!”

Ho ascoltato anche le parole degli altri genitori di vacanze temporanee: “Quei due ci stanno facendo un torto, così impediscono a noi di avere i bambini. Tornino alla legalità.”

Non ho ascoltato invece molte parole italiane di chi avrebbe dovuto occuparsene seriamente, nessuno è venuto con la sua faccia davanti, ma piuttosto una specie di ping pong tra tg e media vari, con fare tremulo ma superficiale che giudicavano il caso con la sicurezza del loro ruolo.

E vero, la legge è prima di tutto. E la legge che permette di chiamarci persone civili. Di avere diritti e doveri e d essere parte di una comunità. Della civiltà. Pagata con secoli di sbagli e sfortune, altamente tesorizzata.

La legge va rispettata. Così, con un blitz a sorpresa notturno, si prende la bambina e la si rispedisce, con aereo apposito, in patria. Di nascosto, che tutti sappiano a cose fatte. Oggi la legalità è stata ripristinata. Tutto va bene.

E’  vero, la legge è  prima di tutto.

E’ la legge che permette di ammazzare le persone su una sedia elettrica o impiccati ai soffitti o con le teste mozzate, come pena per aver ucciso a loro volta. E’ giusto.

E’ la legge che ti dice in guerra di uccidere anche se tu non vuoi.

E la legge che continua a discriminare i sessi e i diritti in tanti  paesi - e l’Italia lo sa bene, anche se fa finta di no - e nessuno fa una piega.

E la legge ha sempre ragione. Ci si accomoda sui suoi enunciati e si dormono sonni tranquilli.

Io penso invece a quelli che non dormirà quella bambina stanotte e le prossime notti a venire. Quando tutto quello che sembra essere stato fatto è stato fatto sul suo corpo e la sua testa, lei diventata essere trasparente e mezzo del gioco al potere di altri, ma non persona. 

La legge come fine ultimo della creazione? La legge come regola intoccabile? Rifiutiamo un Dio celeste per poi rifarcelo terreno? 

Conta più il rispetto di un essere umano e del suo diritto fondamentale alla vita, considerato che ha solo dieci anni, o il rispetto dei buoni rapporti tra due paesi? Avrebbe scatenato una guerra? Cosa fanno, non ci danno più il gas? Tagliano gli oleodotti? 

Si sente tutti i giorni, sulla bocca di chiunque in pubblico, tv e giornali, politici e intellettuali qualificati,  grandi menti del nostro presente, esponenti culturali di rilievo, che quello che fanno è combattere per i valori della civiltà,  che sono per la libertà e  i diritti per  tutti, contro i soprusi e i complotti. Dove sono in questa storia queste persone? Non si sono accorte di che occasione hanno perso, abbiamo perso tutti,  per reclamare  il vero diritto della civiltà, che è il riconoscimento primo del  diritto a vivere non nella paura, non nella violenza?

 

Abbiamo solo parole. Parole di vuoto. L'uso peggiore che della parola si può fare. La sua degradazione a nulla.

 

Mi vergogno di essere cittadina di un paese che si dice civile e poi  non rispetta ciò che civile vuol dire, il senso più alto che prende il rispetto, la difesa di chi non si può difendere: dimentico per un attimo sacrosanto i miei interessi per fare quelli di un altro.

 

Civile. Civis. Cittadino. Comunità. 

Se questa è la civiltà, io non voglio più essere civile. 

E invece no. Io sono una persona civile. Ma non di questa civiltà. Questa è la loro, non la mia. 

Amelio diceva che in Italia non esistono più persone come il protagonista del suo film. Bene allora: guardi quei due quasi genitori combattere da soli.

 

Postato da: MenandDreamers a 23:14 | link | commenti
media, società


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