- WHY DO WE FIGHT - Il blog di Chiara Micheli

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Uno sguardo trasversale ed indipendente sul mondo dei media: cinema ma anche TV, arte, società e molta letteratura ------- Un'artista interdisciplinare e sperimentatrice di tecniche diverse: arti visive, grafica editoriale, letteratura e poesia orale, nuove culture digitali -------------

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sabato, 23 febbraio 2008
CARAVAGGIO, LA BELLEZZA E L'IMMONDIZIA

Mi piace quando, parlando tra amici, ci si chiede: "Ma quel film (o sceneggiato o libro o che si voglia) è la vera storia? Cioè racconta la cosa veramente com’è accaduta o è, parola di fama derelitta, romanzato? E secondo questo si decide la bontà dell'opera.
Il Caravaggio di Longoni che ho visto domenica e lunedì su RaiUno è la storia vera o è la storia romanzata? I giornali e gli intellettuali di questi giorni si sono riuniti in coro per gridare alla poca accuratezza storica della cosa. Per me, in fondo, è come chiedersi se Ulisse è esistito veramente e se per questo l'Odissea vale più o vale meno. E' come chiedersi se l'uomo è esistito veramente: il mio passato esiste, è vero, o è come me lo ricordo, come un altro me lo ha fatto vedere, come io oggi credo che sia?
Non amo per niente gli sceneggiati italiani di adesso. Mi sembra che invece di raccontare storie per portare qualcosa allo spettatore, sia lo spettatore che dovrebbe dare a loro qualcosa, soldi presumo. O senso. E non credo ciò sia una buona base di partenza per qualsiasi opera d'arte. L'invenzione narrativa ha la sua strada che deve percorrere fino in fondo se vuole essere specchio della realtà, e non è un controsenso. E' la finzione che rende vera la realtà, non lo spiegamento ai quattro venti dei fatti come dovrebbero essere. Credo che lo stesso discorso valga anche per i documentari, i tg e tutto quello che viene normalmente riconosciuto come insieme di fatti. Si devono riconoscere per quello che sono: non realtà, che non vuol dire niente, ma rappresentazione della realtà. Quindi molto relativa. Come qualsiasi finzione narrativa.
E Caravaggio mi è piaciuto. Io che ho nel cuore un film come il
Caravaggio di Jarman (e se c'è qualcuno che ancora non l'ha visto si vergogni per 10 minuti e poi rimedi. L'edizione italiana del film ha uno dei doppiaggi più belli che mai mi sia stato dato di sentire) ho scoperto che mi piace anche questo. A parte la sceneggiatura che fa dire Fantastico! ad un uomo del ‘600 davanti ad un quadro, che si ferma sugli: "Eh! già, allora, uhm!” troppo spesso, sui molti dialoghi che piovono dal cielo irrisolti, sullo scavo dei caratteri di contorno pari a quello fatto da un cucchiaino sotto un elefante - e non è che per il protagonista le cose migliorino molto - e la musica della peggiore specie, melensa, ridondante ed inopportuna, la prova di Alessio Boni è splendida. Non è la luce di Storaro che ha fatto questo sceneggiato, anche se è bellissima e certamente ha contribuito la sua parte, ma è il protagonista che ha dato mente, anima e corpo allo spettatore. E lo spettatore ringrazia profondamente quando vede un attore che fa l'attore perché crede si possa recitare. Perché gli si fa quel dono che si realizza quando incontri la bellezza. ovvero estetica, etica e spirito sommati insieme. Insomma l'arte.
E la bellezza non è né nuova né vecchia, la trovi in un pittore morto da quattrocento anni e la trovi oggi. Non ha stato anagrafico. Come le persone da cui proviene.
In questi giorni di campagna politica in cui alcuni si sgolano a mandare a vaffa' le elezioni – poiché, infatti, a vaffa' questo paese è decenni che ci viene mandato, continuiamo pure a farlo, è giusto quello di cui ha bisogno - molti invocano lo stato anagrafico recente come fonte del cambiamento, del rinnovamento. E' bellissimo il valore attribuito alla persona come ad una borsetta di Prada: se sei della passata stagione non vali più. Di nuovo l'idea merceologica-ideologica di un essere umano, senza tenere conto del suo valore intrinseco, che potrai avere tanto o poco, il mondo è pieno di persone ignobili, ma che certo non dipende da quanti anni hai. Che a forza di fare la spesa nei supermercati ci è sembrato di vedere anche qualcuno di razza umana esposto con il cartellino della scadenza?
E gli scaduti dove li mettiamo? Bè, li mandiamo a Napoli e dintorni, tanto immondizia più o immondizia meno....
Nei giorni più caldi di quella storia, mentre guardavo da una parte allo sfacelo di quelle strade, alla latitanza delle amministrazioni pubbliche e all'ignavia dei suoi cittadini che si svegliano sull'orlo del baratro, e dall'altra guardavo un'università che stimo, dove ho trovato insegnanti meravigliosi, impedire a qualcuno di parlare in pubblico come richiamo alla libertà personale, mi sono portata le mani al viso e mi sono fermata un attimo a capo chino. E mi è tornato in mente un verso di uno scrittore medioevale, adesso molto di moda, che dice:
Ricordate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza, detto a chi voleva andare verso strade nuove ma aveva paura.
Ecco, che la paura non ci impedisca mai di ricordarci della nostra semenza. Che siamo esseri umani in mezzo ad altri esseri umani. Che siamo differenti da tutto quello che abbiamo intorno e che abbiamo da comportarci di conseguenza. Abbiamo una responsabilità che forse non vorremmo e per questo siamo tutti impauriti e cerchiamo di scapparne. Ma presumo che non è scappando, guerreggiandoci l'uno con l'altro o nascondendoci che ce la caveremo.
Forse pensando che la responsabilità non è quel peso che sembra, la responsabilità porta con se la libertà, questa sì un fatto, e la speranza.
Questo paese ha guadagnato tanti, forse troppi soldi e benessere dallo stato di cencioso dell'ultima guerra ma ha perso la speranza, anche quei due soldi di speranza che aveva sessant'anni fa. E che guadagno allora è stato?
Questo paese non crede più perché sono le persone di cui è fatto che non credono più nel loro futuro. Perché nessuno crede in loro se non come fonte di sfruttamento immediato o intralcio.
Non so dire con quanta gioia ho sentito alla BBC la notizia che il governo inglese stanzierà fondi per 5000 posti da allievo nel campo dell'arte tenendo conto del loro futuro e della loro eccellenza:
"We want to take raw talent, nurture it, and give people the best possible chance of building a successful business," Mr. Burnham ha detto.

Anche Caravaggio lo avrebbe apprezzato. Lui che ha vissuto una vita disgraziata, da fuori-posto perpetuo, in un secolo disgraziato eppure pieno dei futuri che sarebbero arrivati da lì a poco, con la scoperta della ragione, a ragione, come fondamento dell'uomo e della sua visione del creato. Lui che aveva incubi di squarci prospettici e luminosi ormai a tutti familiari, capace di lavorare perché anche in quel secolo disgraziato qualcuno credette in lui e gli dette una mano.
Anche Jarman, al cui ricordo va il mio saluto, lo avrebbe apprezzato. Tilda Swinton, sua attrice, lo ha ricordato un po' di giorni fa a Berlino. Di quanto difficili gli inizi, da fuori-posto incompresi, fino a che qualcuno credette nel talento e gli permise di continuare: mi manca, un regista come lui. Mi manca da morire il suo giardino di sassi e balocchi intelligenti che aveva costruito per tenere lontana la morte.
Vorrei con tutto il cuore che investimenti di questo tipo fossero apprezzati come possibili, e soprattutto necessari, anche nel paese dove sono e che vorrebbe farsi nuovo. Ma non è con le sole parole che ci si riesce.

Postato da: MenandDreamers a 15:11 | link | commenti
politica, riflessioni, cinema, arte, televisione

martedì, 22 gennaio 2008
DEGRADARTE

Continuando il discorso sul diritto d'autore, nuove tecnologie e gli usi sociali dei media digitali, in questi giorni ho letto il documento proposto sul tema delle libere utilizzazioni. Cercare di insistere nel sottolineare come l'accesso alla cultura sia centrale, vale ripetere, centrale al discorso della cultura stessa, e che quindi in una legge sul diritto d'autore non puo' essere ignorato né tantomeno sottovalutato.

Ma se le speranze sono una forza necessaria, il presente invece appare discretamente inerte. Infatti la proposta ufficiale di legge ha scatenato non pochi dubbi e certo molte idee random, una delle quali è stata:

DEGRADARTE
(http://www.degradarte.org)

Era un po' che non si annusava una nuova avanguardia artistica in questi tempi di arte-serva. La rete, la rete....

Sul sito il manifesto e le opere. 

                                        Chiara Micheli 
                                - DEGRADARTE NO. 1 

                                 
    - VENERI-



Donne ideali che si guardano dalle soglie di migliaia di anni.
Veneri preistoriche e veneri poststoiche.

Una foto ultra-copyrightata con l'idea del peso e non peso, come l'idea del degrado che si lega alla sottrazione/sostituzione. E' quella comune.
Ma se il degrado avviene per aggiunta del contrapposto porta ad un accumulo del senso:
il degrado dell'oggetto è il rafforzamento dell'oggetto.

L'opera è degradata materialmente ma non di significato.

E' anche la nuova frontiera di un'arte futura a partecipazione collettiva? 


Postato da: MenandDreamers a 09:21 | link | commenti
arte, media

sabato, 30 dicembre 2006

 

                   Chi crea, chi distrugge.

 

E' una coincidenza davvero esemplare, quella che ho vissuto in questa giornata. Cominciata alle 3 di stanotte, senza rendermene conto: da un paio di giorni non ascoltavo telegiornali e news. Cominciata quando ho sentito la notizia dell'ormai prossima esecuzione di Saddam Hussein. Che non mi aspettavo perché annunciata e riannunciata e forse alla fine rimandata.
Invece stava lì, pressappoco con una sola ora rimasta. Mi ha fatto un effetto strano, come credo abbia fatto a molti, come se quegli ultimi istanti di vita fossero i miei: ho rivisto davanti agli  occhi scorrere ricordi e racconti di 35 anni di governo iracheno, o meglio una vita iniziata nel '37 e spesa metà a governare il popolo iracheno.
Ieri uno mi ha detto qualcosa del tipo: "La vita di un uomo è la somma delle sue azioni" e non ho potuto non pensare a che vita finiva impiccata alle 6 di mattina a Baghdad, le 4 da noi. Se la vita di un uomo è la somma della sue azioni, che vita è stata questa? In questa somma, il conto totale è algebrico o va oltre? Perché come per ogni altra figura di dittatore su questa terra non si può prescindere dal fatto che era comunque un uomo e forse qualche azione che non portasse direttamente del male l'avrà pure fatta, come amare i suoi figli (mah) o commuoversi davanti ad un tramonto.
Per una tale vita, una fine infima: una corda grossa e 6 boia in uno scantinato e il rappresentante del governo iracheno alle N.U. che dice: "Sappiamo in che condizioni siamo, ma questo è il giorno della giustizia per tutti quelli che ha ammazzato, il cartellino rosso del condannato che così magnanimamente elargiva ai suoi nemici, questa volta è restato nelle sue mani."
Le azioni.
A dodici anni e mezzo ho disegnato il mio primo "vero" disegno. E' una casa su una cascata che sta tuttora attaccata nella mia camera. Alquanto stupefacente il tratto, considerato che è quello di una bambina. Ma ancora di più il fatto che abbia scelto questo soggetto, tra paesaggi con i cipressi, uccelli e nature morte.
Una casa su una cascata. Il suo architetto sarebbe diventato da allora uno delle figure che maggiormente mi hanno influenzato.
RaiDoc ha passato di soppiatto, alle 13 di un sabato ante capodanno, uno speciale su di lui.
Naturalmente si chiama F.L.Wright e per novantadue anni ha costruito case in America e oltre.
Case folli, case assurde, case sghembe, case rovesciate. Case in bilico, case schiacciate, case altissime, case lillipuziane. Case? Templi, luoghi destinati a riti domestici, edifici di uffici da sembrare subacquei come il Johnson Wax - si, quello della cera - o trottole avvolte a zigurat come il museo Guggenheim di New York.
Pareti, muri, tetti, posti dove la gente può stare, vivere, parlare, aspettare. Posti per restare.

C'è in questo mondo chi pensa alla gente come qualcosa da togliere di mezzo e chi pensa alla gente come qualcosa che deve avere un posto. Che sia bello e gli dia felicità.
La vita di ognuno è davvero la somma delle sue azioni. Perché quelle azioni restano, oltre le parole e insieme alle parole. Restano i morti e restano le case. Resta il dolore che hai dato e la gioia che hai provocato. Restano gli occhi per guardare quello che hai davanti e quello che hai in mano e quello che quelle mani possono, anzi scelgono di fare.
Come azione allora per un anno che finisce: la ruggine sulle armi mezze sepolte nella sabbia della guerra del Kuwait o dell'Iran non è la stessa ruggine che sta sui tubi di piombo della stanza da bagno o in quelli del riscaldamento centralizzato di qualche villino stile Liberty in Pennsylvania.
Per quanto sembri banale, l'augurio di non scordarmelo mai mi sembra buono per me e per tutti quelli che lo vogliono. Per un anno che inizia.

Postato da: MenandDreamers a 19:37 | link | commenti
arte, società

giovedì, 07 settembre 2006

Di ritorno dalle vacanze, cosa c'è in giro.

-

Intanto Venezia.

Un Festival del Cinema un po' spento, quest'anno. Nessun film eclatante, nessun film terribilmente pessimo. Una media che in fondo non mi piace. Preferisco gli opposti accentuati, preferisco le asperità alle superfici arrotondate. Guardando qua e la non mi importa molto di chi avrà il Leone, perchè i film più interessanti stanno fuori concorso. Lynch, intanto, dopo un po' d'anni da Mulholland Drive. Con le ennesime polemiche sulla struttura di Inland Empire: "Io non capisco che cosa vuol dire" "Io non ho capito il finale" "Io non ho capito l'inizio"... Quando ci si mette davanti un'opera d'arte come davanti ad una fattura commerciale, allora è finita. L'idea di considerare un film come "logico" è giustissima, se solo non si pensa che sia l'unica. Perchè altrimenti facciamo fuori un secolo e passa di sperimentazione dell'immagine e del nostro istinto, di quel luogo rosso sangue che è il nostro inconscio. La paura è nemica dell'arte e le spiegazioni sul funzionamento è meglio lasciarle per gli elettrodomestici.
Un altro film da tenere d'occhio si chiama Falkenberg Farewell e viene dai paesi scandinavi, dei quali conosco piuttosto bene la produzione e non la amo. Per il loro dogmatismo formale, ma anche etico. Questo invece mi sembra buono. La storia di un gruppo di ragazzi adolescenti, in bilico in quel punto cruciale che è la presa di coscienza della maturità. E' l'atmosfera sospesa e incantata, certo non idilliaca, che mi sembra funzioni.
Johnny To con Exiled invece è in concorso. Sempre lui, sempre i suoi ultimi colori. Non originale ma bello. E poi con quel romanticismo accentuato che i paesi occidentali hanno dimenticato, trasformandolo in cinismo. Considerando che in Italia i suoi film non sono distribuiti, un premio sarebbe un'ammenda dovuta.
Qui il trailer.
 

Poi la tv

che ultimamente langue.
Per chi è interessato a Venezia consiglio gli speciali del 1° (ore 1.00 circa) e 3° (idem, ma anche alle 12.15) dei canali Rai. Non saprà assolutamente niente sui film passati in giornata ma in compenso si farà due risate sulle stupidaggini con cui riempiono il tempo a loro disposizione.
Per quanto riguarda i palinsesti, pochissimi film di qualità e molte repliche. Solo le serie riprendono.

Domenica 20.45 ITALIAUNO House
che riparte dalla seconda stagione e

Mercoledì 22.50 ITALIAUNO Prison Break
con gli episodi inediti della prima serie, quelli dal 14 fino al 22. 

.

.

Ed infine arte

Chi passa nel centro della Toscana, sabato 9 e domenica 10, si fermi ad Arezzo a vedere Framenti, la seconda rassegna d'arte "Enjoy Art 2006", ovvero le arti a 360°: grafica, musica, video, letteratura in un grande spazio espositivo. Nella parte letteraria ci sono anch'io con alcune mie poesie. Il luogo è quello dell'Anfiteatro Romano e l'ingresso è gratuito.

Postato da: MenandDreamers a 20:59 | link | commenti
cinema, arte, in settimana

mercoledì, 23 novembre 2005

         PROFILI DI OGGETTI 

 

Si chiama Stefano Migliorini ed abita poco distante da me. Dipinge, e a me ricorda certa arte americana (ma non solo) iper iper iper-corporea di questi ultimi venti anni, le forme femminili, che lui ultimamente predilige, un po’ cliché pubblicitario, un po’ oscuramente sacralizzate in pose plastiche.

Mi piace perché usa il particolare senza vergogna. Si avvicina a certe mie forme fotografiche di “oggetti”.

 

E, in effetti, anche le sue “donne” sono un oggetto da guardare, curvo, lucido, senza testa, solo d’uso.

Mi ha detto che non è facile venderle: al di là del fatto che l’arte ha bisogno di attenzione per essere goduta, se un corpo nudo si tiene nascosto è un piacere ripetuto, se lo si appende in salotto è una sfida alla lunga sfibrante.

Stefano ha usato un filo di oro vero scurito manualmente per segnare, o meglio “spezzare”, ogni parte dei corpi, una raffinatezza delicata per delle figure di erotismo quotidiano. Lui ama l’uso di pochi colori ed è lo stesso per me: un solo colore, nelle sue infinite gradazioni, ha un potere maggiore rispetto ai  tanti. E’ il campo largo che non distrae, ma è anche un modo di rendere più austera la visione d’abitudine troppo frastagliata, il caos oculare in continuo movimento che noi oggi abitiamo.

A proposito di Pasolini del post precedente, due giorni fa ho rivisto Accattone e là c’è lo stesso tentativo, col bianco e nero e la musica di Bach, di sacralizzare una storia che per uomini e orizzonti suburbani affonda nel sordido.

Sono processi artistici complicati, lavorano per contrasti ma finiscono in fusioni.

Non so dire se siano recepibili da tutti in uguale maniera, ma certo sono stimolanti nel momento in cui si decide di attuarli e offrono uno sguardo diverso, più laterale, su ciò che il nostro occhio ha imparato a considerare scontato.

Postato da: MenandDreamers a 00:16 | link | commenti
cinema, arte

sabato, 11 giugno 2005

 
 
 
 
L'INVENZIONE DELLE BRACCIA
 
 
 
 
Come una lingua che batte sulla ferita, c’è una cosa che da un po’ di tempo mi dà noia, salata e brucia, e poi passa subito. Fino al prossimo passaggio di lingua.
C'è questa cosa che sento come un fraintendimento, questo intendere come binomio scontato e possibile il legame stretto tra scienza e uomo.
Io studio quelle che si chiamano scienze umane. Eppure, per me, questa affermazione_ scienze umane _ è una contraddizione. Perché l'uomo non lo reputo scienza.
Certo, la sua parte naturale, formazione calcarea o acida, tanti gradi di ferro, cartilagine e muscoli in movimento, fegato, pancreas, sangue, va bene. Grazie immisurato a quelli che l’hanno studiato e salvato da TBC e carenze vitaminiche.
Ma il resto - oltre i 60-70 chili standard - non lo è. Ed ogni volta che si tenta di ridurlo a questo, ad una equazione, a numeri neanche tanto interi, ecco che si crea una catastrofe spaventosa che il ‘900 ricorda bene e non è che sia proprio finita.
La sensazione devastante che quando mettiamo qualcosa prima di lui, quando mettiamo una teoria da esperimento, qualcosa che si possa provare uguale in ogni momento e in ogni luogo, questa diventa la nostra fine
 
La vita fa paura. Niente di nuovo.
Buttati da queste parti che non conosciamo, il caos come tetto innaturale, pieni di desideri che non realizzeremmo pieni di mostri ad ogni angolo di strada. Certi della nostra morte e che dovremmo distenderci in un posto a farci mangiare dai componenti chimici d’aria e terra, con un vago barlume che forse, chissà dopo, qualcosa dovrebbe pur esserci, c'è senz’altro… forse.
Continua a stupirmi che nonostante la cognizione continuiamo a vivere, alzarci ogni giorno, mangiare, scambiarci fluidi umani ed idee per le quali combattere. Mi fa pensare che siamo molto coraggiosi, noi esseri umani: sappiamo e continuiamo lo stesso come se non sapessimo.
Non siamo né pietre né arbusti che probabilmente pensano in un'altra maniera, meno dolorosa. ( ma poi, chi lo sa).
Quindi niente di strano se elaboriamo complicate teorie per tenere lontano il senso d’annientamento.
Ma proprio perché noi siamo diversi, noi capiamo, non posso mentirmi per scacciare la paura.
Se c'è, devo accettarla come parte di me, inutile scappare. Perché lei, dovunque vada, mi ritrova sempre.
La soluzione a prima vista sarebbe mi ammazzo subito o lascio che mi ammazzi il tempo e come prospettiva è aberrante. Lo so, non c’e scappatoia.
Eppure, nonostante questo, non posso usare una teoria per mettermi al sicuro. Non posso dirmi che la vita è tutta provabile, calcolabile. Preso a, b è dato per scontato. O che esiste il “cittadino medio”, “l'ascoltatore medio”, “l'emigrato”, “le donne”, “l'operaio”, “l'intellettuale”, “gli anziani”. Ogni volta che sento una categoria questo è quello che penso: sono cazzate.
Inventate, costruite, per fare piacere al nostro bisogno di dare senso a ciò che non c'è l'ha ma che nonostante il nostro sforzo, continua a non averlo.
Non posso mentirmi.
Allora perché continuo a studiare scienze della comunicazione? 
Me lo chiedo.
Perché mi piacciono le persone. Tutte, comunque siano. Anche quelle più sgradevoli che ho incontrato. Le amo come esseri differenti da me e che vivono dove vivo io. E che non posso rispettare meno di quanto possa alla fine tentare di rinchiuderle dentro un diagramma a quattro cifre. Le amo perché è con gli altri che posso comunicare e comunicare non è la cosa più facile che conosco.
E se rispetto me, non posso non rispettare loro, mio opposto nello specchio di questo mondo. E se guardo me, inetichettabile, come posso pensare di mettere una etichetta a loro?
Così continuo a studiare scienze della comunicazione e nello steso tempo metto in dubbio ogni cosa che studio. Non è sana, come scelta, né molto comoda, ma mi permette di convivere con me. Sarebbe più terribile il contrario.
 
§
 
 
In questa settimana si parla di referendum e clonazioni e cellule staminali. Di dove parte la vita. Di sperma, semi e ovuli. Di scambi.
Se parlo di vita, non posso far finta di non sapere dove si trova. Mi sta sullo stomaco che un essere cominci appena un ovulo incontra uno spermatozoo. Vorrei una società di solo sperma o soli ovuli, dove poter scopare senza l'incubo di fare bambini ad ogni incontro. Ma non è così. Il mondo dove vivo non è mio e un bambino rimane un bambino appena lo creo. Ed è una persona: come faccio a farne commercio? Che differenza c'è tra quei negri d'America offerti come schiavi che mi facevano orrore quando li leggevo a sei anni nei libri di storia ed io che cerco un ovulo a pagamento per avere un figlio “mio”, scordandomi di quanto altri “figli” al mondo ci sono per me?
Non me ne frega niente di quali sono le posizioni di chiesa, ds, ps, cdl, cs, ppd, ffg, ccb, ackd, gjei, ulivi e margherite, padri, consiglieri, coscienze all’erta o saggi di montagna.
Una vita è vita, se almeno credo di contare qualcosa. Altrimenti mi ammazzo e la faccio finita subito. Problema risolto.
Oppure scelgo di dargli un valore e un valore non è denaro, è qualcosa che trascende me per avere un senso in sé, senza che io decida come. Accettare che talvolta io non conto, io non sono tutto, io non sono l'assoluto ma solo un relativo fondamentale. Il mondo va avanti anche senza di me, ma se io esisto, io faccio una differenza. Forse è questo che ci siamo scordati. A forza di scienza e farci credere che siamo tutto, ci accorgiamo che non siamo niente e cominciamo a odiare la nostra forma, la nostra apparenza. Siano noi stessi il primo nemico che cerchiamo negli altri, il mostro all'angolo della strada.
Non è facile pensare che accettare questa intrinseca debolezza è diventare forti. Rispettare un altra vita, da rispetto alla mia.
Io non sono un calcolo matematico, un anima esiste anche se non la vedo e probabilmente me ne andrò da questo mondo capendo molto meno di quando ci sono arrivata.
Eh. Che passi l’angelo e dica amen.
Ci sono cose che non sono in grado di spigare, che sono misteri per me, insondabili.
Ma non voglio averne paura anche se SO che non le posso spiegare.
È questo che le fa meraviglie infinite. A prima vista sembra difficile da credere. Ci vuole molta, molta pazienza per accorgersene. Ne abbiamo ancora, noi?
Eppure dovremmo farlo, prima o poi: accettare noi stessi imperfetti, brutti dentro e fuori, come siamo, invece di perderci alla ricerca di una perfezione che non esiste e tracimare il resto.
Un po’ più uomini di terra, tozzi e grossi, e un po’ meno creature del cielo, indefinite e sempre più lontane.
 
 

 

Postato da: MenandDreamers a 15:49 | link | commenti
poesia, riflessioni, libri, arte, media, scrittura, referendum,

sabato, 04 giugno 2005

         
 
      Giorno di nascita - giorno di inizio
 
 
 
 
Per cominciare un blog come si deve, mi sento in dovere di chiarire subito una cosa: non sono normale.
Che vuol dire?
Che io vedo cose che gli altri non vedono e non vedo le cose che tutti gli altri vedono. E nel mezzo, c’è la mia completa inadattabilità.
Ergo, esulo da qualunque certezza.
Diversamente da coloro che non hanno altro desiderio che apparire diversi, qualcosa di alternativo, e consumano le loro energie per scappare dal tran tran quotidiano borghese comodissimo ma che sta stretto, fisicamente e anche ideologicamente, io non ho mai cercato che di essere come tutti gli altri, invisibile e mimetizzata: uno dei tanti.
Risultato: non c’è verso. Dopo sforzi titanici che sono ormai francamente fuori delle mie possibilità e dalle mie risorse, mi sono arresa. Ok, non sono normale.
Chi mi conosce bene lo sa già da tempo e si tiene alla larga. Lo consiglio a tutti, in effetti. I mostri sono interessanti nei romanzi; nella vita direi un tantino più deludenti. E poi è nella vita che fanno davvero paura, perché a differenza di un racconto, non ne vedi mai la fine (con la giusta punizione o il bric-a-brac di “il finale te lo lascio un po’ ambiguo, vedrai che ritorna).
Mi sono rassegnata.
D’altra parte, perché la normalità si possa riconoscere, ha bisogno dell’anormalità che la possa definire. Quindi anch’io ho una funzione, dopotutto.
Questo blog nasce per questo.
Perché continuano a chiedermi dove trovarmi (lo so, prima o poi arriverà anche il sito, va bene) e perché questo difficilmente sarà il posto delle cose normali.
Io scrivo. Insegno scrittura. E scrivo. Più dieci altre cose che mi mantengono sana.
In questo momento sto traducendo Owen. Il poeta inglese, intendo. Quello morto nella prima guerra mondiale, una settimana prima dell’armistizio.
Io sto da sempre a metà tra mondo anglosassone e mondo latino e dacché li frequento, non è che siano mai andati molto d’accordo.
“Sono strani, gli inglesi….” dicono.
Forse noi non ci siamo guardati abbastanza.
Ma a chi può importare di uno, inglese, morto nel ’18, romantico, decadente e che scriveva poesie?
Il fatto è che anch’io scrivo poesia.
E la leggo. E la diffondo dove e come posso. Così quando l’ho incontrato (o meglio, rincontrato: quelle sue lettere…) ho visto un altro anormale e ci siamo riconosciuti.
Ho cercato dappertutto in Italia ma l’unica edizione possibile è un Einaudi 1985, fuori catalogo, rigorosamente di “Poesie di guerra”.
Giusto.
Il problema però è che Owen non è un poeta di guerra. E’ un poeta. Punto.
Non sono cinquanta le poesie - quelle che grosso modo circolano di lui - ma 120 tra complete e frammenti - molti, perché non aveva messo in conto di morire: il martirio non gli si addiceva e le morti giovani, vivi veloce e lascia il bel cadavere per i poster postumi e le antologie, non erano ancora arrivate nelle brune di Avalon. (E no, non aveva neanche conosciuto Kurt Cobain e Gus Van Sant) -.
Così pare che le rimanenti settanta non siano normalmente prese in considerazione da tesi ed accademie perché sfuggono a qualunque sua irreggimentazione - questo termine gli sarebbe piaciuto - nel modello predefinito che gli si affibbia per comodità.
Perfetto.
Quindi eccomi qui a disputare rime e pararime (oh, si, grazie, ma l’italiano non è mai stato proprio flessibile…) per rendergli giustizia in metrica ed assonanze.
A chi interessa leggerlo in inglese c’è il text di Oxford , per quanto trascritto dai manoscritti con una sciatteria che ha dell’incredibile: http://www.ota.ahds.ac.uk/
Per l’italiano invece, per quanto ne so, io sono la sua prima traduttrice completa.
E cosa di meglio, per cominciare, che chiamare qui anche lui? Che sia il nume tutelare degli uomini morti e di quelli che sognano.
 
 
 
La parabola del vecchio e del giovane
 
 
E Abramo si alzò, spaccò la legna, e andò,
E prese il fuoco con sé, e il coltello.
E mentre entrambi soggiornavano insieme,
Isacco il primo nato parlò e disse,
 Padre mio, va bene i preparativi, il fuoco e il ferro,
ma dov'è l'agnello per questo sacrificio?
Allora Abramo legò il giovane con cinghie e cinture,
e lì costruì parapetti e trincee,
e brandì il coltello per sgozzare il figlio.
Quand’ecco, un angelo apparve in cielo e disse,
 Non stendere la mano sopra il ragazzo,
Non fare alcun male a tuo figlio.
Guarda , preso per le corna nel cespuglio c’è un capro.
Offri invece il Capro dell’Orgoglio. 
Ma il vecchio non volle saperne e sgozzò il figlio,
E metà del seme d’Europa, uno per uno.
 
 

Postato da: MenandDreamers a 16:08 | link | commenti (3)
poesia, riflessioni, libri, arte, media, scrittura



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