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Mancano poche ore e avremo il primo presidente nero della storia americana. Mi commuove solo pensare a quarant’anni fa, a Martin Luther King, a quel sogno d’uguaglianza che lui voleva, a quella gente che l'ascoltava credendoci e sperandoci, guardando la spianata della Casa Bianca, volevano tenere duro per andare avanti. Quelli che allora erano lì ragazzi, oggi sono adulti e anziani che lo vedono.
Questo post lo voglio dedicare a chi non c'è più, a King e a chi è morto senza quella speranza di uguaglianza realizzata. Ognuno dà la sua parte, niente viene perso mai.
Jan Palach era un ragazzo che ad appena 21 anni si cosparse di benzina e si dette fuoco durante la primavera di Praga, era il gennaio 1969, in piazza san Venceslao, come resistenza a futura memoria ai carri armati dell'Unione Sovietica che volevano, e ci riuscirono, far fuori le aspirazioni alla libertà e uguaglianza di un popolo: ogni essere umano, non importa il colore della pelle o la lingua che parla, lo sente come necessario, profondo e irrinunciabile. E' il germoglio che scuote le terre dell'oriente, l'Africa, il Sudamerica.
Ma scuote anche noi.
Oggi sono fermi i cannoni a Gaza, quei missili della morte che alberga nell’intolleranza e nell'incomprensione, sopraffazione e chiusura. Quando non si pensa all’interesse pubblico ma al proprio privato.
Pubblico è una parola difficile. Difficile come il dovere ancora più forte che ci investe quando si occupano posti pubblici, la responsabilità nei confronti delle persone che sei li a rappresentare: tu il più umile dei servitori. Tv, politica o cultura, il potere che ne viene è direttamente proporzionale all'attenzione scrupolosa al servizio che si rende. Tu, come sarà per Obama, diventi la voce di chi te l'ha donata, non sei il furbo che è arrivato più in alto per fare che cazzo ti pare.
Si sa, si va contro il popolo come ultima arma.
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