- WHY DO WE FIGHT - Il blog di Chiara Micheli

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Uno sguardo trasversale ed indipendente sul mondo dei media: cinema ma anche TV, arte, società e molta letteratura ------- Un'artista interdisciplinare e sperimentatrice di tecniche diverse: arti visive, grafica editoriale, letteratura e poesia orale, nuove culture digitali -------------

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sabato, 23 febbraio 2008
CARAVAGGIO, LA BELLEZZA E L'IMMONDIZIA

Mi piace quando, parlando tra amici, ci si chiede: "Ma quel film (o sceneggiato o libro o che si voglia) è la vera storia? Cioè racconta la cosa veramente com’è accaduta o è, parola di fama derelitta, romanzato? E secondo questo si decide la bontà dell'opera.
Il Caravaggio di Longoni che ho visto domenica e lunedì su RaiUno è la storia vera o è la storia romanzata? I giornali e gli intellettuali di questi giorni si sono riuniti in coro per gridare alla poca accuratezza storica della cosa. Per me, in fondo, è come chiedersi se Ulisse è esistito veramente e se per questo l'Odissea vale più o vale meno. E' come chiedersi se l'uomo è esistito veramente: il mio passato esiste, è vero, o è come me lo ricordo, come un altro me lo ha fatto vedere, come io oggi credo che sia?
Non amo per niente gli sceneggiati italiani di adesso. Mi sembra che invece di raccontare storie per portare qualcosa allo spettatore, sia lo spettatore che dovrebbe dare a loro qualcosa, soldi presumo. O senso. E non credo ciò sia una buona base di partenza per qualsiasi opera d'arte. L'invenzione narrativa ha la sua strada che deve percorrere fino in fondo se vuole essere specchio della realtà, e non è un controsenso. E' la finzione che rende vera la realtà, non lo spiegamento ai quattro venti dei fatti come dovrebbero essere. Credo che lo stesso discorso valga anche per i documentari, i tg e tutto quello che viene normalmente riconosciuto come insieme di fatti. Si devono riconoscere per quello che sono: non realtà, che non vuol dire niente, ma rappresentazione della realtà. Quindi molto relativa. Come qualsiasi finzione narrativa.
E Caravaggio mi è piaciuto. Io che ho nel cuore un film come il
Caravaggio di Jarman (e se c'è qualcuno che ancora non l'ha visto si vergogni per 10 minuti e poi rimedi. L'edizione italiana del film ha uno dei doppiaggi più belli che mai mi sia stato dato di sentire) ho scoperto che mi piace anche questo. A parte la sceneggiatura che fa dire Fantastico! ad un uomo del ‘600 davanti ad un quadro, che si ferma sugli: "Eh! già, allora, uhm!” troppo spesso, sui molti dialoghi che piovono dal cielo irrisolti, sullo scavo dei caratteri di contorno pari a quello fatto da un cucchiaino sotto un elefante - e non è che per il protagonista le cose migliorino molto - e la musica della peggiore specie, melensa, ridondante ed inopportuna, la prova di Alessio Boni è splendida. Non è la luce di Storaro che ha fatto questo sceneggiato, anche se è bellissima e certamente ha contribuito la sua parte, ma è il protagonista che ha dato mente, anima e corpo allo spettatore. E lo spettatore ringrazia profondamente quando vede un attore che fa l'attore perché crede si possa recitare. Perché gli si fa quel dono che si realizza quando incontri la bellezza. ovvero estetica, etica e spirito sommati insieme. Insomma l'arte.
E la bellezza non è né nuova né vecchia, la trovi in un pittore morto da quattrocento anni e la trovi oggi. Non ha stato anagrafico. Come le persone da cui proviene.
In questi giorni di campagna politica in cui alcuni si sgolano a mandare a vaffa' le elezioni – poiché, infatti, a vaffa' questo paese è decenni che ci viene mandato, continuiamo pure a farlo, è giusto quello di cui ha bisogno - molti invocano lo stato anagrafico recente come fonte del cambiamento, del rinnovamento. E' bellissimo il valore attribuito alla persona come ad una borsetta di Prada: se sei della passata stagione non vali più. Di nuovo l'idea merceologica-ideologica di un essere umano, senza tenere conto del suo valore intrinseco, che potrai avere tanto o poco, il mondo è pieno di persone ignobili, ma che certo non dipende da quanti anni hai. Che a forza di fare la spesa nei supermercati ci è sembrato di vedere anche qualcuno di razza umana esposto con il cartellino della scadenza?
E gli scaduti dove li mettiamo? Bè, li mandiamo a Napoli e dintorni, tanto immondizia più o immondizia meno....
Nei giorni più caldi di quella storia, mentre guardavo da una parte allo sfacelo di quelle strade, alla latitanza delle amministrazioni pubbliche e all'ignavia dei suoi cittadini che si svegliano sull'orlo del baratro, e dall'altra guardavo un'università che stimo, dove ho trovato insegnanti meravigliosi, impedire a qualcuno di parlare in pubblico come richiamo alla libertà personale, mi sono portata le mani al viso e mi sono fermata un attimo a capo chino. E mi è tornato in mente un verso di uno scrittore medioevale, adesso molto di moda, che dice:
Ricordate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza, detto a chi voleva andare verso strade nuove ma aveva paura.
Ecco, che la paura non ci impedisca mai di ricordarci della nostra semenza. Che siamo esseri umani in mezzo ad altri esseri umani. Che siamo differenti da tutto quello che abbiamo intorno e che abbiamo da comportarci di conseguenza. Abbiamo una responsabilità che forse non vorremmo e per questo siamo tutti impauriti e cerchiamo di scapparne. Ma presumo che non è scappando, guerreggiandoci l'uno con l'altro o nascondendoci che ce la caveremo.
Forse pensando che la responsabilità non è quel peso che sembra, la responsabilità porta con se la libertà, questa sì un fatto, e la speranza.
Questo paese ha guadagnato tanti, forse troppi soldi e benessere dallo stato di cencioso dell'ultima guerra ma ha perso la speranza, anche quei due soldi di speranza che aveva sessant'anni fa. E che guadagno allora è stato?
Questo paese non crede più perché sono le persone di cui è fatto che non credono più nel loro futuro. Perché nessuno crede in loro se non come fonte di sfruttamento immediato o intralcio.
Non so dire con quanta gioia ho sentito alla BBC la notizia che il governo inglese stanzierà fondi per 5000 posti da allievo nel campo dell'arte tenendo conto del loro futuro e della loro eccellenza:
"We want to take raw talent, nurture it, and give people the best possible chance of building a successful business," Mr. Burnham ha detto.

Anche Caravaggio lo avrebbe apprezzato. Lui che ha vissuto una vita disgraziata, da fuori-posto perpetuo, in un secolo disgraziato eppure pieno dei futuri che sarebbero arrivati da lì a poco, con la scoperta della ragione, a ragione, come fondamento dell'uomo e della sua visione del creato. Lui che aveva incubi di squarci prospettici e luminosi ormai a tutti familiari, capace di lavorare perché anche in quel secolo disgraziato qualcuno credette in lui e gli dette una mano.
Anche Jarman, al cui ricordo va il mio saluto, lo avrebbe apprezzato. Tilda Swinton, sua attrice, lo ha ricordato un po' di giorni fa a Berlino. Di quanto difficili gli inizi, da fuori-posto incompresi, fino a che qualcuno credette nel talento e gli permise di continuare: mi manca, un regista come lui. Mi manca da morire il suo giardino di sassi e balocchi intelligenti che aveva costruito per tenere lontana la morte.
Vorrei con tutto il cuore che investimenti di questo tipo fossero apprezzati come possibili, e soprattutto necessari, anche nel paese dove sono e che vorrebbe farsi nuovo. Ma non è con le sole parole che ci si riesce.

Postato da: MenandDreamers a 15:11 | link | commenti
politica, riflessioni, cinema, arte, televisione

sabato, 29 dicembre 2007
Il Paradiso in Terra

Non posso non mettere la seconda puntata di questo serial festivo che mi è arrivata oggi sotto forma di una seconda lettera con il resoconto del Natale all'altro capo del mondo.


...Grazie di cuore per il vostro messaggio che è stato fatto partecipe ai miei bambini e comunità. Tutti siamo rimasti felici di sentirvi accanto a noi. Il S. Natale ci fa sentire tutti più famiglia e più buoni. Questo clima natalizio l’ha vissuto intensamente tutta la gente della mia Missione, in particolare i miei prediletti bambini. Veramente si sono sentiti al centro della festa e dicevamo di essere loro le persone più vicine a Gesù perché Lui è nato bambino ed è bambino come loro. Vari bambini durante la Liturgia della notte del Natale ringraziavano Gesù bambino per essere nato come loro, povero, nella capanna, bello, buono e bravo come loro. Qualcuno raccomandava a Gesù di fare il bravo, di non piangere quando ha fame e di non dare dispiaceri a mamma Maria e a papà Giuseppe. Le preghiere dei bambini sono state le più belle. Si sono ricordati di tutti dicendo persino i vostri nomi.  Hanno pregate per la pace, perché nel mondo scompaia la fame, la miseria, perché tutti siano fratelli tra i fratelli. Per un giorno, tutta la gente, in particolare i bambini, hanno potuto sfamarsi. La polenta e fagioli è stata in abbondanza per tutti. Ho pranzato a tavola con i miei fratelli missionari, con le brave sante suore (generosissime) e alcuni responsabili laici della missione. Un bel pollo di un Kg e mezzo è stato sufficiente per il pranzo natalizio per 27 persone: la polenta e il riso con pomodori non è mancato. Persino il panettone fatto con la farina di granoturco e zucchero è stato ottimo. Non mancava proprio nulla poiché il clima di gioia e di fraternità si notava in tutti. Abbiamo pregato per voi tutti. Abbiamo persino fatto del pettegolezzo e dei bei commenti esagerati ricordando anche voi riuniti attorno al panettone e ad una montagna di cibo, regali e luci. Insomma abbiamo parlato anche di voi: sempre bene però! ...

Non so quante volte ho riflettuto in questi ultimi tempo su che cosa sia per chi scrive scrivere: il senso che abbia, il fine possibile, se non sia spreco di energie e di narcisismi deficientemente incanalati.
Insomma. Se scrivere non mi serve per vivere una fuga, che "mi porta lontano e mi fa sognare", come nei peggiori commenti al film preferito, se scrivere non è il fatto di poter andare ad abitare perennemente in quell'elettrodomestico da salotto che centrifuga cervelli e discernimenti o dentro le critiche del critico di turno nella rivista di turno del festival di turno, insomma, il mio posticino assicurato di fama e salamelecchi, inchini e complimenti nelle prossime antologie, allora, ma che scrivo a fare?
Ognuno che scrive scrive per ragioni differenti, e il prodotto del suo scrivere prende strade differenti. Ma potrei scrivere senza scrivere? Potrei far scrivere solo gli altri? Mi sa che è quello che sto facendo sempre più spesso e neanche poi troppo inconsciamente. Mi sento di nuovo un mezzo e non un fine e posso assicurare che è una posizione di privilegio sentirsi un acciarino. 
Mi fa molto pensare anche a che cosa sia fare giornalismo seriamente, ascoltare invece di parlare, testimoniare invece di interpretare. Testimoniare. Credo che, per quanto confusamente e certo non intelligentemente, scrivere sia questo per me. E se la mano che lo fa sia la mia o quella di un altro mi è indifferente. Ma testimoniare che cosa? Quello che mi fa comodo, quello che credo di vedere? Quello che mi piace sapere? Quello che è socialmente - ah quanto! Non c’è schitarrata o pagina scritta che non lo sia ultimamente - corretto?
Qui quelli che sopravvivono con la nostra striminzita generosità?
Dall'altro capo del mondo loro muoiono di fame di pane, noi in questo capo del mondo moriamo di fame d'amore. Questi capi del mondo non sono poi così lontani, hanno entrambi piedi sporchi e fragili.

        

Testimoniare. Il fotografo Hans Madej ha scoperto qualche anno fa un villaggio, nella Polonia orientale, dove la gente vive usando la Bibbia come sceneggiatura per la vita. Ognuno ha un ruolo assegnato, ognuno è partecipe alla costruzione della futura capitale del mondo, posto ufficiale del paradiso terrestre. Che loro aspettano, secondo le parole del profeta Eliasz vissuto negli anni '30. E  permette loro di sperare e sopportare religiosamente guerre, rivoluzioni e comunismi.


Così rido del pollo diviso in 27 e del panettone che non io ho mangiato: terrò le uvette come le briciole di Hänsel e Gretel, per ritrovare la strada tutte le volte che la perderò nel prossimo anno (e saranno diverse, presumo).

 


Das Paradies auf  Erden, film di Hans Madej, uno dei migliori che mi sia capitato di vedere, è qui.
  

Postato da: MenandDreamers a 20:12 | link | commenti
riflessioni, cinema, scrittura

lunedì, 24 dicembre 2007
I Natali differenti dai nostri

             


Voglio dare a tutti quelli che mi conoscono e mi leggono passando da queste parti i miei auguri davvero sentiti per queste feste che si avvicinano.
Non sono di circostanza. L'augurio che si fa agli altri è l’augurio che si fa soprattutto a se stessi, di essere parte per una volta di qualcosa di più grande, più largo della percezione del solo personale. E' allargare lo spazio per fare spazio.
Non m’importa molto di regali e cenoni, non m’importa di vestiti o viaggi da sogno alle Maldive. La tradizione festeggia la nascita della speranza e della possibilità per tutti, possibilità in cui io credo, dignità di essere considerati persone, esseri finiti con il diritto a vivere ed esistere, nonostante tutto. Per questo voglio pubblicare qui alcuni stralci di una lettera che ho ricevuto ieri dal Mozambico. Lì vive una persona che conosco che lotta contro l'impossibile per rendere il mondo possibile, più vivibile, fuori dalle chiacchiere e usando l’azione, la sola cosa in cui io vedo il futuro costruito.
E' uno spaccato di vita differente, terribile e ilare al tempo stesso ed è il mio minuscolo modo per dire grazie a lui.

.....qui, il clima nella Missione è di festa nonostante la realtà che ci circonda. Non è facile per me narrare alla gente la nascita di Gesù come il Vangelo lo descrive: “ ….nella grotta, Gesù nasce povero, con il freddo, le pecore, ecc. ecc”. Nella zona dove risiedo, in questo periodo,  la temperatura è sempre sui 40 gc. I poveri che lottano per la sopravivenza sono la maggior parte della gente, mentre i ricchi strapieni e meschini rimangono un piccolo gruppo che si tornano sempre più ricchi e prepotenti a scapito dei poveracci. I bambini che nascono nelle capanne, privati dei diritti fondamentali sono la totalità. Il Natale ci fa sentire pure a noi tutti più buoni. Noto nei miei cristiani, nei miei prediletti bambini poveri una straordinaria generosità e solidarietà con i più deboli e indifesi. Tutti vogliono fare sentire che il Natale è ogni attimo che si aiuta e si ama il prossimo. Il nostro Natale sarà un Natale povero con i poveri ma ricco in esperienza di fede e di solidarietà.

La Liturgia del Natale sarà preceduta con il rito del Sacramento delle confessioni che inizierà alle ore 16. La Liturgia della Vigilia del Natale  avrà inizio alle ore 21 e si prolungherà fino all’alba. Sarà una Liturgia inculturalizzata. All’alba avremo un piccolo gruppo di bambini che riceveranno il battesimo nel fiume. La partecipazione sarà massiccia. Sarà la festa dei bambini e della famiglia. Mentre i catechisti stanno rivedendo alcune parti della Liturgia, i bambini e i giovani preparano le danze e i canti per la celebrazione con gli abbigliamenti locali: vestiti con foglie e erbe e nelle braccia e nei piedi portano piccole noci con sabbia finissima e sassolini che emettono suoni celestiali con i movimenti delle danze.  Un centinaio di giovani sta provvedendo il necessario per il convivio fraterno: pranzo e danze. Grazie all’aiuto di vari amici che mi seguono e mi sostengono con la loro solidarietà mi è possibile provvedere il pranzo natalizio: cibo per tutti i bambini, qualche caramella, una ciotola te di foglie di limone con lo zucchero o sale. Un po’ di debito l’ho dovuto fare ma mi affido alla Provvidenza. Per le festività ho acquistato anche molto sapone e altre cose di prima necessità per i più necessitati, soprattutto per i bambini. In tutta Missione, il clima che abitualmente qui si vive è di fraternità, di famiglia e solidarietà: in questi giorni è veramente straordinario. Pur facendo causa comune con la mia gente, mi sento veramente un cristiano, un missionario necessitato a imparare ad amare: “I bambini, i poveri sono i miei maestri nell’amore, sono i miei catechisti con la loro vita e con le loro opere di solidarietà”.  Grazie anche a voi per il bene che mi fate. Pregate e aiutatemi ad amare sempre più i miei poveri, la povera gente che il Signore mi ha inviato per essere il loro Fratello maggiore, il loro papà e la loro mamma. Loro sono il mio maggior bene perché mi aiutano a vedere e servire il Dio di Gesù Bambino. 
Il Natale lo celebrerò qui in Sede mentre le altre festività le celebrerò nella Comunità e zona di Banfica, una zona povera e moltissimo popolata. Per tutti noi sarà il Natale dei poveri, il Natale della fraternità, il Natale che accoglieremo la venuta del Salvatore con allegria e con l’esercizio della solidarietà. Sarà la festa dei bambini e della famiglia.....

Buone Feste a tutti.

Postato da: MenandDreamers a 09:12 | link | commenti
riflessioni

martedì, 07 agosto 2007

 Per la serie Pubblicità (di poco) Progresso

 

                                    Spot n.2

                         " SONO FINTE !!!!"

 

    

 

Si, indubbiamente il personaggio è simpatico, i disegni acuti e l'idea innovativa…ma questo spot mi ricorda un fatto che mia madre mi ha raccontato spesso.
Erano gli anni cinquanta, le donne italiane cominciavano appena allora a gettarsi nella vita quotidiana extra familiare scegliendo un lavoro. Essere indipendenti economicamente era per molte di loro (e non è cambiato niente) un modo per rimpossessarsi di se stesse con ragione: che cosa sei se non hai il denaro? Voleva dire doverlo chiedere a padri e mariti, voleva dire essere schiave: dipendi da tutti meno che da te. Lavorare voleva dire essere indipendenti anche nella scelta: se tu ti mantieni, sei your own woman, padrona anche di quello che fai e come lo fai.
Alle donne piace guardarsi. In quegli anni assieme alle gonne gonfie increspate su vitini di vespa e ai seni maestosi, cominciavano i primi cambiamenti radicali all'aspetto di chi non si piaceva. Il cotonarsi e l'ossigenarsi i capelli era un fatto piuttosto trasgressivo guardato con invidia, stupore, timore da parecchi uomini e diverse donne.
La protagonista del racconto di mia madre aveva 30 anni, era bella, alta e decisa. E portava un’enorme chioma tinta color platino che non andava inosservata. Una sera, in treno, al ritorno dal lavoro, passando lungo il corridoio, un tizio dopo averle messo gli occhi addosso insistente e maleducato - e lei lo aveva oltrepassato senza degnarlo - stizzito le grida dietro: “Che bionda artificiale!” facendo ridere di scherno chiunque a portata di orecchio e di vagone.
E lei, senza scomporsi, si ferma, si gira, e dopo averlo squadrato ben bene gli risponde:
“Che coglione al naturale!” e lo pianta lì.
Bene, è quello che la tizia animata dello spot dovrebbe rispondere allo sgolato: si tenga pure le sue caramelle di menta. La civiltà futura che spero possibile è il diritto sacrosanto di portarsi al giro senza che nessuno ci metta bocca anche un brutto paio di seni al silicone. 

Postato da: MenandDreamers a 15:10 | link | commenti
riflessioni, società

sabato, 29 ottobre 2005

                

                

E’ sesso? Le donne.

 

 

 

Il giorno 13 ottobre, il parlamento, con un voto trasversale, ha respinto l'emendamento che prevedeva la presenza nelle liste elettorali di almeno una donna ogni 3 uomini.Tutti ne hanno parlato ma solo per un giorno: il seguente c'era gia Prodi, la cocaina e le altre belle notizie.

Al di là del fatto che questi sono i soliti deprimenti, miserabili intrighi da politici volti alla conservazione di un posto sgranando i denti, non mi domando perché questa legge non sia stata approvata. Mi domando piuttosto che paese è quello che ha bisogno di una tale legge.

E qui, destre e sinistre, segretari di partiti o operai della Fiat, opinioni o credi, tutto diventa superfluo davanti al fatto che, per riconoscere una parte innegabile, si ha bisogno di una legge. Ma dice molto invece sullo stato di questa parte, che è sempre esistita ed esisterà sempre, eppure sembra qualcosa d’incompleto, di scomodo, qualcosa di cui si ha bisogno ma poi ce se ne vergogna e si tiene alla larga, con un po' di scherno. Un male necessario, le donne? Buone per cosa? E cosa sono?

Dai sacchi di putredine delle prediche medioevali alle madri del nostro 800, alle bambole ipersessuate di adesso, dove devono stare queste donne? Che devono essere?

Che rappresentano, soprattutto?

E' che mi fa sempre strano che un paese divida, non è la prima volta lo dico né l'ultima probabilmente, le persone in uomini e donne. Che sempre ci si rivolga, e con quanta  accortezza, ai signori e signore, no, viceversa, come suggerisce il galateo: due mondi "separati".

Questo dialogo è accaduto ieri, casualmente, tra me e un’altro, parlando di lavoro:

Lui, molto gentile e comprensivo: "Noi uomini siamo fortunati. Per le donne è più difficile, si sa. Hanno tutto sulle spalle, i figli, la casa, il lavoro...."

Io: "Non ci vorrebbe molto a dividere la fortuna..."

Lui, ridacchiando: "Ci si può fare poco con la natura..."

Io: "Forse perché la natura c'entra poco…." 

 

Forse perché c'entra molto, invece, con quello noi facciamo della natura. 

 

Cosa ha, alla fine, di differente, una donna? Cosa fa, di differente?

Qualche attributo di carne in più e meno, qua e là. A pesarlo forse sarà 5-10 kg di diversa disposizione. Un nulla davanti al peso dell'universo.

La differenza si nota quando due esseri s’incontrano e si scambiano qualcosa. In due: io metto un ovulo, tu metti uno spermatozoo. 50/50. Una cosa nuova cresce e chiede asilo. La natura in questo caso, poiché la nuova cosa non è componibile come un LEGO ad incastro ma composta di una sola unità, ha deciso che l'essere che ha l'ovulo lo tenga nella pancia. Si chiama biologicamente "femmina". Nei cavallucci marini si chiama maschio ma sempre di pancia si tratta e gli ippocampi non si scompongono: boccheggiano e lui porta a compimento. Idem la femmina umana (quasi sempre): 9 mesi e poi fa nascere alla luce e al respiro e mette la cosa nuova in braccio anche al maschio. Ora lo tiene anche lui. Lei ha anche il cibo giusto, economico e a portata di bocca e lo dà alla cosa nuova per 7 mesi almeno. Fine della diversità biologica.

Ma intanto l'uomo - genere biologico maschile - su questo ha costruito e continua indefesso a costruire una tale disgrazia che va da quelle eclatanti di pochi - donne uccise perché ritenute socialmente inutili (poi lo porti tu, il bambino? Chiedi consiglio ai cavallucci?) - a quelle più tranquille perché comune a tutti, il corpo usato come carne da macello o da banco o di comodo.

Forse c'entra la legge darwiniana della sopravvivenza e del più forte, della nostra onnipresente necessità di sopraffare quando ne intravediamo la possibilità, intendendo sempre la storia come "Me lo permette, allora ne approfitto" e non pensando spesso che invece esiste la generosità, che fa sì qualcuno doni in piena volontà d'amore, per gli altri o per uno solo, e non perché è un cretino che si lascia fregare.

Ma il mio interlocutore lo capisco.

Si è aggiustato, come molti, nel migliore dei modi: la mamma prima che lo nutriva e gli lavava i panni sporchi, la moglie adesso che lo nutrisce, gli lava i panni sporchi ed in più è anche disponibile per la notte, tira su i figli e lo consola quando è depresso. Lui lavora tutto il giorno.

Non sono le famiglie italiane degli anni cinquanta, quelle cui guardare con un po' dello scherno del mondo che è cambiato. Sono il 90 per cento delle famiglie dovunque, a parte gli sceneggiati e i film e parecchi libri, perché lì in effetti non starebbe bene e farebbe reazionario e cafone. Bè, è quello che è.

Ci sono modi di vita che ci inorridiscono quando li vediamo in tv dietro a veli neri, ma qui non ce ne sono di tanto differenti se nonché non indossano orpelli e quindi si notano meno.

Queste coppie così giustamente stabilite, di genere italiano.

E’ nel tessuto profondo di paesi fatti di genti che usano e non concedono, prendono e non danno, egoismo personale portato a regole ed usi comuni.

Perché quando un costume di vita generalizzato qualcuno lo paga, e a caro prezzo, quel paese ha in sè qualcosa di profondamente sbagliato e non dovrebbe lasciare indifferenti. Così sarebbe un popolo civile e anche i suoi rappresentanti.

Eppure quello che alla fine suggerisce una possibile giustizia futura è il fatto che le prime vittime del pregiudizio non sono chi lo subisce ma chi lo ha. Chi da solo, credendo di separarsi, faccio il mio gioco e al diavolo il resto, non si rende contro che il gioco è in comune e c'è dentro fino al  collo. Ed ogni volta tira quella corda, strozza un poco anche se stesso.

 

Postato da: MenandDreamers a 14:49 | link | commenti
riflessioni, società

sabato, 11 giugno 2005

 
 
 
 
L'INVENZIONE DELLE BRACCIA
 
 
 
 
Come una lingua che batte sulla ferita, c’è una cosa che da un po’ di tempo mi dà noia, salata e brucia, e poi passa subito. Fino al prossimo passaggio di lingua.
C'è questa cosa che sento come un fraintendimento, questo intendere come binomio scontato e possibile il legame stretto tra scienza e uomo.
Io studio quelle che si chiamano scienze umane. Eppure, per me, questa affermazione_ scienze umane _ è una contraddizione. Perché l'uomo non lo reputo scienza.
Certo, la sua parte naturale, formazione calcarea o acida, tanti gradi di ferro, cartilagine e muscoli in movimento, fegato, pancreas, sangue, va bene. Grazie immisurato a quelli che l’hanno studiato e salvato da TBC e carenze vitaminiche.
Ma il resto - oltre i 60-70 chili standard - non lo è. Ed ogni volta che si tenta di ridurlo a questo, ad una equazione, a numeri neanche tanto interi, ecco che si crea una catastrofe spaventosa che il ‘900 ricorda bene e non è che sia proprio finita.
La sensazione devastante che quando mettiamo qualcosa prima di lui, quando mettiamo una teoria da esperimento, qualcosa che si possa provare uguale in ogni momento e in ogni luogo, questa diventa la nostra fine
 
La vita fa paura. Niente di nuovo.
Buttati da queste parti che non conosciamo, il caos come tetto innaturale, pieni di desideri che non realizzeremmo pieni di mostri ad ogni angolo di strada. Certi della nostra morte e che dovremmo distenderci in un posto a farci mangiare dai componenti chimici d’aria e terra, con un vago barlume che forse, chissà dopo, qualcosa dovrebbe pur esserci, c'è senz’altro… forse.
Continua a stupirmi che nonostante la cognizione continuiamo a vivere, alzarci ogni giorno, mangiare, scambiarci fluidi umani ed idee per le quali combattere. Mi fa pensare che siamo molto coraggiosi, noi esseri umani: sappiamo e continuiamo lo stesso come se non sapessimo.
Non siamo né pietre né arbusti che probabilmente pensano in un'altra maniera, meno dolorosa. ( ma poi, chi lo sa).
Quindi niente di strano se elaboriamo complicate teorie per tenere lontano il senso d’annientamento.
Ma proprio perché noi siamo diversi, noi capiamo, non posso mentirmi per scacciare la paura.
Se c'è, devo accettarla come parte di me, inutile scappare. Perché lei, dovunque vada, mi ritrova sempre.
La soluzione a prima vista sarebbe mi ammazzo subito o lascio che mi ammazzi il tempo e come prospettiva è aberrante. Lo so, non c’e scappatoia.
Eppure, nonostante questo, non posso usare una teoria per mettermi al sicuro. Non posso dirmi che la vita è tutta provabile, calcolabile. Preso a, b è dato per scontato. O che esiste il “cittadino medio”, “l'ascoltatore medio”, “l'emigrato”, “le donne”, “l'operaio”, “l'intellettuale”, “gli anziani”. Ogni volta che sento una categoria questo è quello che penso: sono cazzate.
Inventate, costruite, per fare piacere al nostro bisogno di dare senso a ciò che non c'è l'ha ma che nonostante il nostro sforzo, continua a non averlo.
Non posso mentirmi.
Allora perché continuo a studiare scienze della comunicazione? 
Me lo chiedo.
Perché mi piacciono le persone. Tutte, comunque siano. Anche quelle più sgradevoli che ho incontrato. Le amo come esseri differenti da me e che vivono dove vivo io. E che non posso rispettare meno di quanto possa alla fine tentare di rinchiuderle dentro un diagramma a quattro cifre. Le amo perché è con gli altri che posso comunicare e comunicare non è la cosa più facile che conosco.
E se rispetto me, non posso non rispettare loro, mio opposto nello specchio di questo mondo. E se guardo me, inetichettabile, come posso pensare di mettere una etichetta a loro?
Così continuo a studiare scienze della comunicazione e nello steso tempo metto in dubbio ogni cosa che studio. Non è sana, come scelta, né molto comoda, ma mi permette di convivere con me. Sarebbe più terribile il contrario.
 
§
 
 
In questa settimana si parla di referendum e clonazioni e cellule staminali. Di dove parte la vita. Di sperma, semi e ovuli. Di scambi.
Se parlo di vita, non posso far finta di non sapere dove si trova. Mi sta sullo stomaco che un essere cominci appena un ovulo incontra uno spermatozoo. Vorrei una società di solo sperma o soli ovuli, dove poter scopare senza l'incubo di fare bambini ad ogni incontro. Ma non è così. Il mondo dove vivo non è mio e un bambino rimane un bambino appena lo creo. Ed è una persona: come faccio a farne commercio? Che differenza c'è tra quei negri d'America offerti come schiavi che mi facevano orrore quando li leggevo a sei anni nei libri di storia ed io che cerco un ovulo a pagamento per avere un figlio “mio”, scordandomi di quanto altri “figli” al mondo ci sono per me?
Non me ne frega niente di quali sono le posizioni di chiesa, ds, ps, cdl, cs, ppd, ffg, ccb, ackd, gjei, ulivi e margherite, padri, consiglieri, coscienze all’erta o saggi di montagna.
Una vita è vita, se almeno credo di contare qualcosa. Altrimenti mi ammazzo e la faccio finita subito. Problema risolto.
Oppure scelgo di dargli un valore e un valore non è denaro, è qualcosa che trascende me per avere un senso in sé, senza che io decida come. Accettare che talvolta io non conto, io non sono tutto, io non sono l'assoluto ma solo un relativo fondamentale. Il mondo va avanti anche senza di me, ma se io esisto, io faccio una differenza. Forse è questo che ci siamo scordati. A forza di scienza e farci credere che siamo tutto, ci accorgiamo che non siamo niente e cominciamo a odiare la nostra forma, la nostra apparenza. Siano noi stessi il primo nemico che cerchiamo negli altri, il mostro all'angolo della strada.
Non è facile pensare che accettare questa intrinseca debolezza è diventare forti. Rispettare un altra vita, da rispetto alla mia.
Io non sono un calcolo matematico, un anima esiste anche se non la vedo e probabilmente me ne andrò da questo mondo capendo molto meno di quando ci sono arrivata.
Eh. Che passi l’angelo e dica amen.
Ci sono cose che non sono in grado di spigare, che sono misteri per me, insondabili.
Ma non voglio averne paura anche se SO che non le posso spiegare.
È questo che le fa meraviglie infinite. A prima vista sembra difficile da credere. Ci vuole molta, molta pazienza per accorgersene. Ne abbiamo ancora, noi?
Eppure dovremmo farlo, prima o poi: accettare noi stessi imperfetti, brutti dentro e fuori, come siamo, invece di perderci alla ricerca di una perfezione che non esiste e tracimare il resto.
Un po’ più uomini di terra, tozzi e grossi, e un po’ meno creature del cielo, indefinite e sempre più lontane.
 
 

 

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sabato, 04 giugno 2005

         
 
      Giorno di nascita - giorno di inizio
 
 
 
 
Per cominciare un blog come si deve, mi sento in dovere di chiarire subito una cosa: non sono normale.
Che vuol dire?
Che io vedo cose che gli altri non vedono e non vedo le cose che tutti gli altri vedono. E nel mezzo, c’è la mia completa inadattabilità.
Ergo, esulo da qualunque certezza.
Diversamente da coloro che non hanno altro desiderio che apparire diversi, qualcosa di alternativo, e consumano le loro energie per scappare dal tran tran quotidiano borghese comodissimo ma che sta stretto, fisicamente e anche ideologicamente, io non ho mai cercato che di essere come tutti gli altri, invisibile e mimetizzata: uno dei tanti.
Risultato: non c’è verso. Dopo sforzi titanici che sono ormai francamente fuori delle mie possibilità e dalle mie risorse, mi sono arresa. Ok, non sono normale.
Chi mi conosce bene lo sa già da tempo e si tiene alla larga. Lo consiglio a tutti, in effetti. I mostri sono interessanti nei romanzi; nella vita direi un tantino più deludenti. E poi è nella vita che fanno davvero paura, perché a differenza di un racconto, non ne vedi mai la fine (con la giusta punizione o il bric-a-brac di “il finale te lo lascio un po’ ambiguo, vedrai che ritorna).
Mi sono rassegnata.
D’altra parte, perché la normalità si possa riconoscere, ha bisogno dell’anormalità che la possa definire. Quindi anch’io ho una funzione, dopotutto.
Questo blog nasce per questo.
Perché continuano a chiedermi dove trovarmi (lo so, prima o poi arriverà anche il sito, va bene) e perché questo difficilmente sarà il posto delle cose normali.
Io scrivo. Insegno scrittura. E scrivo. Più dieci altre cose che mi mantengono sana.
In questo momento sto traducendo Owen. Il poeta inglese, intendo. Quello morto nella prima guerra mondiale, una settimana prima dell’armistizio.
Io sto da sempre a metà tra mondo anglosassone e mondo latino e dacché li frequento, non è che siano mai andati molto d’accordo.
“Sono strani, gli inglesi….” dicono.
Forse noi non ci siamo guardati abbastanza.
Ma a chi può importare di uno, inglese, morto nel ’18, romantico, decadente e che scriveva poesie?
Il fatto è che anch’io scrivo poesia.
E la leggo. E la diffondo dove e come posso. Così quando l’ho incontrato (o meglio, rincontrato: quelle sue lettere…) ho visto un altro anormale e ci siamo riconosciuti.
Ho cercato dappertutto in Italia ma l’unica edizione possibile è un Einaudi 1985, fuori catalogo, rigorosamente di “Poesie di guerra”.
Giusto.
Il problema però è che Owen non è un poeta di guerra. E’ un poeta. Punto.
Non sono cinquanta le poesie - quelle che grosso modo circolano di lui - ma 120 tra complete e frammenti - molti, perché non aveva messo in conto di morire: il martirio non gli si addiceva e le morti giovani, vivi veloce e lascia il bel cadavere per i poster postumi e le antologie, non erano ancora arrivate nelle brune di Avalon. (E no, non aveva neanche conosciuto Kurt Cobain e Gus Van Sant) -.
Così pare che le rimanenti settanta non siano normalmente prese in considerazione da tesi ed accademie perché sfuggono a qualunque sua irreggimentazione - questo termine gli sarebbe piaciuto - nel modello predefinito che gli si affibbia per comodità.
Perfetto.
Quindi eccomi qui a disputare rime e pararime (oh, si, grazie, ma l’italiano non è mai stato proprio flessibile…) per rendergli giustizia in metrica ed assonanze.
A chi interessa leggerlo in inglese c’è il text di Oxford , per quanto trascritto dai manoscritti con una sciatteria che ha dell’incredibile: http://www.ota.ahds.ac.uk/
Per l’italiano invece, per quanto ne so, io sono la sua prima traduttrice completa.
E cosa di meglio, per cominciare, che chiamare qui anche lui? Che sia il nume tutelare degli uomini morti e di quelli che sognano.
 
 
 
La parabola del vecchio e del giovane
 
 
E Abramo si alzò, spaccò la legna, e andò,
E prese il fuoco con sé, e il coltello.
E mentre entrambi soggiornavano insieme,
Isacco il primo nato parlò e disse,
 Padre mio, va bene i preparativi, il fuoco e il ferro,
ma dov'è l'agnello per questo sacrificio?
Allora Abramo legò il giovane con cinghie e cinture,
e lì costruì parapetti e trincee,
e brandì il coltello per sgozzare il figlio.
Quand’ecco, un angelo apparve in cielo e disse,
 Non stendere la mano sopra il ragazzo,
Non fare alcun male a tuo figlio.
Guarda , preso per le corna nel cespuglio c’è un capro.
Offri invece il Capro dell’Orgoglio. 
Ma il vecchio non volle saperne e sgozzò il figlio,
E metà del seme d’Europa, uno per uno.
 
 

Postato da: MenandDreamers a 16:08 | link | commenti (3)
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