
Uno sguardo trasversale ed indipendente sul mondo dei media: cinema ma anche TV, arte, società e molta letteratura
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Un'artista interdisciplinare e sperimentatrice di tecniche diverse: arti visive, grafica editoriale, letteratura e poesia orale, nuove culture digitali
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DUE NOTE DI SANGUE ROSSO
SULLA LETTERATURA FANTASTICA
Il prossimo mese SHORT STORIES numero quattro – Edizioni Scudo - pubblica un mio racconto fantastico, Ottobre. Per chi vuole sapere tutti i dettagli dell’uscita rimando alla recensione della rivista su un bel sito che consiglio a tutti, Fantascienza.com, pieno di notizie, recensioni e opinioni da passarci delle ore senza accorgersene.
Anche la rivista la consiglio a mille. Nel panorama italiano del genere è per me la più seria e direi graficamente anche la più bella, merito di Luca Oleastri che fa un grande lavoro d’illustrazione a tutto campo. Il modo più veloce per averla è il sito dell’editore, si compra in 10 secondi e anche in formato economico non cartaceo per chi preferisce il pdf.
Ci sono 19 racconti estremamente vari, e per questo estremamente interessanti, a rendere conto di un genere e di una forma che a detta di molti, direi troppi a sproposito in questo paese, giudicano irrilevante: la letteratura fantastica, comprendendo dentro diversi generi, fantascienza, fantasy, horroe and the whole shabang.
E' un segno della cecità culturale e commerciale nazionale considerando quanto fuori dai nostri confini, invece, se ne abbia il massimo rispetto. Talmente falsa come idea che per supplire alla mancanza materiale rientra da noi con autori e temi stranieri, prevalentemente estranei, quando potremmo essere noi a darla tranquillamente anche agli altri, a farne una cultura nazionale. Eh.
Ho sempre creduto che nel fantastico stia una parte importante dell'identità di un popolo, anche quando questo popolo sembra quotidianamente il più lontano possibile da qualunque visione fantastica. Non è vero. Chi mi conosce sa bene una cosa: che fantastico per me non vuol dire elfi o alieni. Niente da dire per quelli invece cui vogliono dire tutto, figuriamoci, può darsi che nel futuro cominci anch'io a scrivere di spade magiche. Mmm mmn...no. E' che per me è una soluzione troppo facile. E' come se la realtà si scindesse di proposito, trasportandomi in un mondo "altro", troppo altro, lontano intellettualmente ma anche a pelle, così che accade uno sdoppiamento che spezza la sospensione di incredulità e mi ributta malamente di qua dallo specchio, come un'Alice che raddrizza le teiere e ritrova il passo in avanti di malavoglia.
Ma lo sconosciuto. L'imprevedibile. Il mistero che si annidia dentro il chip di un orologio di alta precisione digitale, lo spostamento dell'asse della percezione assodata che in un grado di curvatura riunisce conoscenze differenti e spesso diatoniche, scomposte, un quadro di pieghe cremisi, vellutato che acquista senso se solo ti lasci inghiottire - e intendo materialmente - da lui, ecco, qui mi ritrovo.
L'Italia ha un grande passato di fantastico inesplorato, per non dire di un presente a cui si fa poco caso, e l'introduzione saggia e ilare a questa raccolta conferma l'idea. La si può leggere, ci sono le prime otto pagine della rivista per tutti.
La visione fantastica nasce dal sacro. Qui io mi muovo. Nasce dal rapporto di mistero instaurato dal singolo individuo col mondo, da una visione personale che trasforma senza proposito prestabilito un dato percepito in simbolo fruibile a tutti, riconoscibile da tutti e nel quale ci si identifica. Ha echi lontani di archetipi oggi invisibili agli occhi ma non per questo scomparsi. La divisione famosa di Calvino in fantastico visionario, fatta cioè di fattori "esterni", fantasmi, mostri, ecc, e di un fantastico mentale, dove i mostri sono "interni", trova oggi un senso di limite che tendo a superare a più non posso. Sincronizzo nella percezione differenziata la presenza del fantastico, intendo la vita stessa nostra una avventura fantastica, e non con la effe maiuscola né il punto esclamativo, perché poi è davvero quella che vedo. Insomma ci credo per contatto. Non è il frutto del caos o impossibilità di contenimento del magma che fluisce, è anzi regolare e semplice. Non posseduti dallo spettro ma spettro noi stessi, i possessori. Forse è, nonostante tutto, proprio così che si sentivano i nostri antenati quando immaginavano gli abitanti dell'ombra. E soprattutto quelli della luce.
Mi viene in mente una riflessione come quella di Jung contenuta in Aion, che esplorando un simbolo cristiano dà radici ad arbusti nati in terreni prima ritenuti aridi e impossibili....In effetti il fantastico ha molto a che vedere con il quotidiano lineare, meno banalmente di quanto si possa pensare, in un giro di vite (oops) che allarga il buco e ci fa allegramente cadere dentro. Anche incautamente. Amen.
Vergognarsi di radici di ragionamenti articolati da assunti differenti, dismetterli come cose del passato o dell’ignoranza, illudersi che un mondo tecnologico e comodo sia il velo e il cuscino all’attrito del mondo feroce, violento nella sua oscurità, che ancora portiamo dentro e ci guarda con l’occhio immobile di una sfinge, è una fuga all’indietro, non la nostra modernità.
Il fantastico è la meraviglia angosciata di noi esseri umani davanti ad un creato da noi non creato e sovente male abitato. E’ la nostra possibilità inconscia di rivalsa, l’organizzazione frenetica e la sua conseguente delusione, ripetuta all’infinito, per questo mai sazia.
Che ci venga lasciata.
E se l'incursione nel fantastico causa a molti soprassalti di assetti ben stabilizzati che non vogliono permettersi (il mondo materiale lo vedo, ha un corpo, la fantasia non la tocco, quindi ha una posizione ininfluente - l’aut aut, l’obbligo della scelta della nostra visione imperfetta), io consiglio la sua frequentazione comunque. Guardiamo i bambini, senza considerarli bambini. Almeno, quella buona, dà una possibilità liberante di valutare le alternative come possibili, e in un clima dove l'omologare è il destino della sopravvivenza fisica, non è poco.

Sta per partire un nuovo laboratorio di scrittura in terra toscana, ovvero alla Biblioteca di Bucine (AR). Per sei settimane affronteremo insieme scrittori e libri, con un occhio quest'anno alla letteratura americana degli ultimi cinquant'anni, alla poesia dei primi rimatori italiani e, questo non cambia mai, cosa sia e voglia dire scrivere per chi lo fa seriamente. Seriamente inteso come cosa da prendere seriamente, cioè con metodo, non seriamente inteso come scrittore laureato da 7 bestsellers, che pare oggi vada molto di moda, sia chiaro. Quindi scrittura per tutti, soprattutto per chi tuttora ha troppa paura da cominciare a farla e se ne sta nascosto nel suo cantuccio tremante. Ora di uscire allo scoperto e mostrarsi.
Dire che cominciare è farsi un vero regalo, bellissimo, che cambia la vita, non è retorica. Si inizia un cammino di felicità che non avrà più fine.
A chi lo desidera mando il pieghevole con tutte le informazioni dettagliate. La mia e-mail è a lato.

Ne avevo già parlato in precedenza ma non posso non ritornare su una serie tv che sta diventando a mio giudizio una delle più sorprendenti in assoluto nel panorama delle ormai centinaia che occupano i palinsesti di tutto il mondo.
Una serie che mi ha fatto riflettere su che cosa si cerca, anzi, cosa io cerco quando decido di dedicare un’ora a guardare qualcosa che sia di struttura narrativa, insomma, non info né edu.
La storia per cominciare. Qui non c’è molto da dire. Tutti vogliamo che ci venga raccontata una storia. Perché? Perché le storie elaborano i nostri vissuti e i nostri desideri, danno, per quanto possa sembrare strano, sentieri da percorrere. Altrimenti non si spiegherebbe perché da sempre l’uomo è affamato di storie. Li sento, i miei antenati intorno ai fuochi, distesi sulle pelli a narrarsi di bestie misteriose o di parole impronunciabili tramandate da saggi intoccabili. Di terre inesplorate di dragoni e di vite in pericolo. Le storie ci mettono alla prova, testano chi siamo e cosa siamo. Con un lato di sicurezza, che ci garantisce che il viaggio, perché sempre di viaggi si tratta, per quanto pericoloso, non arrecherà danni fisici. E’ solo una storia.
Non ha pensato che fosse solo una storia l’interprete principale di Criminal Minds, Mandy Patinkin, che all’inizio della terza stagione ha abbandonato la serie perché ritenuta contraria ad ogni suo modo di concepire la vita, dannosa, assolutamente crudele e di violenza inaudita. Ora, so che dicendo questo faccio solo una pubblicità positiva, visto che la maggior parte della fiction cerca sangue a iosa e sguazziamo tutti volentieri negli squartamenti. Ma per Criminal Minds il discorso è molto, molto più complesso.
E pensare che tre anni fa cominciando a vederla per caso l’avevo bollata come reazionaria.
Io che seguo ugualmente anche le serie inglesi oggi non posso che pensare che sia in qualche maniera la giusta erede di quel capolavoro ancora insuperato di Touching Evil creata da Paul Abbott (non male neanche il rifacimento Usa, anche se molto differente).
Criminal Minds parla del male. Ma non del male che succede, la moglie uccisa dal marito in un eccesso di rabbia, un’auto assassina che si dilegua. Criminal Minds parla del male fatto volontariamente, calcolate e messo in atto deliberatamente. Di menti criminali, appunto.
Per questo è sconvolgente. Non perché si veda tanto sangue, che non c’è, ma come seriamente questo sangue viene trattato. Come, a differenza delle decine di serie stupidaggine modello Csi e i milioni di derivati nati scaduti - dove i morti sembrano manichini e tutte le storie un balletto di frasi anestetizzate - siano le menti, invece di attrezzi e plot improbabili, ad essere il centro vitale, o meglio dire, mortale, delle storie.
Si, perché è di distruzione che parla. Touching Evil lo diceva: toccare il male fa diventare anche te, che stai dalla parte del bene e cerchi di sconfiggerlo, parte del male. I modi come riesci a rapportarti con questo dato angosciante è come si svolge anche Criminal Minds. Il morire della tua parte più umana come uno stillicidio, senza soluzione, senza possibilità di fuga, se non l’uscire del tutto di scena. Quando l’hai provato, non è abbandonando il lavoro che ti libererai. Ormai sei stato toccato, non ritroverai la tua innocenza primigenia. Ucciderai a fin di bene, farai anche tu le stesse cose del tuo avversario, anche se dalla parte della legge. Ma legale non è necessariamente morale, anzi forse quasi mai. I personaggi che compongono la squadra del BAU sono come corpi aperti a mostrare le loro stesse viscere, e la scrittura del loro destino, così disperato e solitario, è qualcosa di estremamente affascinante da seguire. Storie cui dare attenzione.
Quanta letteratura dell’ottocento americano mi fa venire in mente. Quanto stupore di come un’industria riesca, attraverso un prodotto, a parlare del centro vitale di un’intera cultura. Quanto in questa maniera saltino ancora tutti i paletti imposti dai rimasugli del ‘900 intellettuale tra cultura alta e bassa, tra letteratura e spettacolo: non come opposti in guerra per il controllo del giusto, ma come semplici facce di una stessa medaglia, a rimarcare l’affermazione wildiana che ho sempre condiviso: che non esiste per una creazione che un unico modo di distinguerla: bella o brutta, fatta bene o no.
Come per il male. Se uccidi qualcuno, qualunque sia la giustificazione, anche la più santa del mondo, il risultato rimane: hai ucciso qualcuno.
La cosa che mi fa felice è che c’è chi tenta strade molto difficili nella fiction e viene ripagato. Senza ascolti stellari e attori sulle copertine dei rotocalchi, ma invece un lavoro certosino di costruzione di caratteri, storie che si dipanano, anime che s’intrecciano, attridono e implodono, si sviluppano come nella vita reale, s’inceppano, inciampano, ricadono, si piegano, ricadono e non c’è lieto fine. Una scelta editoriale che ha costruito una serie come questa fino ad arrivare dove è adesso fa onore alla CBS, la produttrice. E se le 13 puntate di questa terza stagione – purtroppo probabilmente anche finali per quest’anno, visto lo sciopero degli scrittori del WGA - sono tra le più belle che ho visto, qualcosa vorrà dire. Ci sono serie fatte non con il solo intento dell’ascolto comodo, ma con l’intento di parlare di cose difficili e portarlo avanti seriamente, decisamente, senza ripensamenti. Certo non per tutti, sia chiaro. Certo una delle migliori.
Per chi vuole sapere da dove nascono serie come queste e i libri disponibili, un indirizzo:
http://www.johndouglasmindhunter.com/books/index.php
John Douglas è in qualche maniera il fondatore del metodo e dopo averci quasi rimesso la vita, si è ritirato dedicandosi alla scrittura.
Non posso non mettere la seconda puntata di questo serial festivo che mi è arrivata oggi sotto forma di una seconda lettera con il resoconto del Natale all'altro capo del mondo.
...Grazie di cuore per il vostro messaggio che è stato fatto partecipe ai miei bambini e comunità. Tutti siamo rimasti felici di sentirvi accanto a noi. Il S. Natale ci fa sentire tutti più famiglia e più buoni. Questo clima natalizio l’ha vissuto intensamente tutta la gente della mia Missione, in particolare i miei prediletti bambini. Veramente si sono sentiti al centro della festa e dicevamo di essere loro le persone più vicine a Gesù perché Lui è nato bambino ed è bambino come loro. Vari bambini durante la Liturgia della notte del Natale ringraziavano Gesù bambino per essere nato come loro, povero, nella capanna, bello, buono e bravo come loro. Qualcuno raccomandava a Gesù di fare il bravo, di non piangere quando ha fame e di non dare dispiaceri a mamma Maria e a papà Giuseppe. Le preghiere dei bambini sono state le più belle. Si sono ricordati di tutti dicendo persino i vostri nomi. Hanno pregate per la pace, perché nel mondo scompaia la fame, la miseria, perché tutti siano fratelli tra i fratelli. Per un giorno, tutta la gente, in particolare i bambini, hanno potuto sfamarsi. La polenta e fagioli è stata in abbondanza per tutti. Ho pranzato a tavola con i miei fratelli missionari, con le brave sante suore (generosissime) e alcuni responsabili laici della missione. Un bel pollo di un Kg e mezzo è stato sufficiente per il pranzo natalizio per 27 persone: la polenta e il riso con pomodori non è mancato. Persino il panettone fatto con la farina di granoturco e zucchero è stato ottimo. Non mancava proprio nulla poiché il clima di gioia e di fraternità si notava in tutti. Abbiamo pregato per voi tutti. Abbiamo persino fatto del pettegolezzo e dei bei commenti esagerati ricordando anche voi riuniti attorno al panettone e ad una montagna di cibo, regali e luci. Insomma abbiamo parlato anche di voi: sempre bene però! ...
Non so quante volte ho riflettuto in questi ultimi tempo su che cosa sia per chi scrive scrivere: il senso che abbia, il fine possibile, se non sia spreco di energie e di narcisismi deficientemente incanalati.
Insomma. Se scrivere non mi serve per vivere una fuga, che "mi porta lontano e mi fa sognare", come nei peggiori commenti al film preferito, se scrivere non è il fatto di poter andare ad abitare perennemente in quell'elettrodomestico da salotto che centrifuga cervelli e discernimenti o dentro le critiche del critico di turno nella rivista di turno del festival di turno, insomma, il mio posticino assicurato di fama e salamelecchi, inchini e complimenti nelle prossime antologie, allora, ma che scrivo a fare?
Ognuno che scrive scrive per ragioni differenti, e il prodotto del suo scrivere prende strade differenti. Ma potrei scrivere senza scrivere? Potrei far scrivere solo gli altri? Mi sa che è quello che sto facendo sempre più spesso e neanche poi troppo inconsciamente. Mi sento di nuovo un mezzo e non un fine e posso assicurare che è una posizione di privilegio sentirsi un acciarino.
Mi fa molto pensare anche a che cosa sia fare giornalismo seriamente, ascoltare invece di parlare, testimoniare invece di interpretare. Testimoniare. Credo che, per quanto confusamente e certo non intelligentemente, scrivere sia questo per me. E se la mano che lo fa sia la mia o quella di un altro mi è indifferente. Ma testimoniare che cosa? Quello che mi fa comodo, quello che credo di vedere? Quello che mi piace sapere? Quello che è socialmente - ah quanto! Non c’è schitarrata o pagina scritta che non lo sia ultimamente - corretto?
Qui quelli che sopravvivono con la nostra striminzita generosità?
Dall'altro capo del mondo loro muoiono di fame di pane, noi in questo capo del mondo moriamo di fame d'amore. Questi capi del mondo non sono poi così lontani, hanno entrambi piedi sporchi e fragili.

Testimoniare. Il fotografo Hans Madej ha scoperto qualche anno fa un villaggio, nella Polonia orientale, dove la gente vive usando la Bibbia come sceneggiatura per la vita. Ognuno ha un ruolo assegnato, ognuno è partecipe alla costruzione della futura capitale del mondo, posto ufficiale del paradiso terrestre. Che loro aspettano, secondo le parole del profeta Eliasz vissuto negli anni '30. E permette loro di sperare e sopportare religiosamente guerre, rivoluzioni e comunismi.
Così rido del pollo diviso in 27 e del panettone che non io ho mangiato: terrò le uvette come le briciole di Hänsel e Gretel, per ritrovare la strada tutte le volte che la perderò nel prossimo anno (e saranno diverse, presumo).
Das Paradies auf Erden, film di Hans Madej, uno dei migliori che mi sia capitato di vedere, è qui.

____UN RACCONTO DI HALLOWEEN
Come promesso tempo fa, comincerò a breve a pubblicare stralci del libro collettivo che piano piano si sta formando. Stanno arrivando tante partecipazioni da gente entusiasta e approfitto dell’occasione per ringraziare tutti pubblicamente dal profondo del cuore per voler partecipare a questa cosa che non ha precedenti. Ero sicura che poteva funzionare ma credo che supereremo ogni aspettativa. Chi non sa di cosa sto parlando può leggere questo post e soprattutto partecipare. Più siamo, più bello sarà. Più vero, soprattutto.
Ma oggi intanto è il 31 ottobre e tra poco è la notte di Halloween ed allora che cosa posso fare se non ricambiare chi scrive e chi legge questo blog dando qualcosa di mio?
Ultimamente questa festa è dibattuta, divisa tra consumismo che non ci riguarda e reminiscenze di libri di King e sanguinosi orrori. Eppure, eppure…
Il racconto qui sotto è nato proprio per spiegare ad un amico che cosa era davvero la festa di Halloween. Poi, siccome sono uno scrittore e la scrittura prende la sua strada, non so se il proposito sia stato mantenuto. Lui ha detto di si, quindi per me va bene. Naturalmente è deprimente, scuro e misterioso come ogni racconto di Halloweeen che si rispetti.
Buona lettura.
Novembre, un corvo e il pane dei morti è in pdf, scaricabile qui
(tasto destro, salva oggetto con nome)

FACCIAMO UN LIBRO INSIEME
.
LIBRO COLLETTIVO NO. 1
.
. 
L’ITALIA INVISIBILE
ovvero la voce di chi non va in televisione

Datela ai figli, alle mogli e ai fidanzati, fateli scrivere e scrivete voi stessi, e poi mandate il tutto alla mia e-mail. Non vi preoccupate eccessivamente della forma: non è questo il primo requisito. Quello che invece conta è che sia davvero ciò che si ha dentro, si sente dentro al cuore, e spesso non esce fuori. Proviamo a farlo uscire: solo così riusciremo a dare uno sguardo all’Italia solitaria agli albori di questo secondo millennio. Ed avrà valore di testimonianza. Prima di tutto per noi stessi, e poi per gli altri.
Lettera ad un’allieva che parla di idioti con la I maiuscola grossa quanto tre piani di palazzo
ovvero
In ogni laboratorio si scrittura, in ogni manuale creativo si parla di metodi e tecniche per diventare scrittori provetti, di quali testi giusti leggere così da svelarci il segreto per scrivere il libro di successo.
Ma non ci sono manuali su che cosa vuol dire mettersi insieme, lavorare fianco a fianco, di cosa forma un rapporto di collaborazione, su chi insegna e chi impara. E su quello che rimane.
Se rimane.
Se siamo fortunati.
Mi piace leggere quello che scrivono gli altri, credo di averlo detto parecchie volte, è uno dei modi per incontrarsi. E a me piace incontrare.
A te che ti preoccupi di come, in un gruppo, gli altri ti vedono. Come noi tutti ti vediamo? Non posso parlare per gli altri, come io ti vedo lo sai: ti vedo. Credo sia quello che ti serve.
Ma il rapporto con gli altri non è obbligatorio, tu decidi di averlo o no, è tua facoltà. E loro ugualmente decidono con chi vogliono averlo, ti vorranno o no. Per ognuno è una scelta. E poi il convivere con quella scelta è il modo con cui ci vedono gli altri. Ogni rapporto è un piccolo miracolo di equilibrio, e per questo fragilissimo, e pieno di fraintendimenti.
A me interessa più quello che riesco a dare, qualcosa che possa servire.
Ti racconto una cosa che sanno in pochi. La prima volta che ho capito che avrei raccontato il mondo, anche se naturalmente non sapevo ancora che sarebbe passato attraverso la parola, è stato a quattro anni. Ero per mano a mia madre, in uno dei pochi momenti di calma con lei, ma non guardavo lei, guardavo il muro davanti, recinzione di un grande casamento. Stavo uscendo dall'asilo ed era un pomeriggio assolato, il tramonto. Non c'era niente, solo silenzio e noi che camminavamo. E poi, sul quel muro, all'improvviso, ho visto l'ombra di un ramo di un albero che si muoveva appena, scosso dal vento, le foglie dondolare pigre. L'ombra trasparente.
Sono rimasta folgorata. In quella immagine io ho visto per la prima volta il mondo oltre me, qualcosa che non ero io, non riguardava me ma esisteva comunque, aveva una sua vita. Forse quel giorno ho scoperto che io non ero che una piccola parte di un tutto più grande, enormemente più grande, forse anche indifferente. E invece di sentirmene tradita o frustrata, disperata o isolata o arrabbiata o sconfitta, ho provato la mia più grande, prima meraviglia al mistero del creato. E da allora niente è cambiato. Vedo ancora rami che dondolano e quando il mondo me lo rende duro, davvero duro di vederli, quando me li nasconde e mi dice che i rami che dondolano non esistono, io dico di no. Dico no perché io li ho visti una volta, quindi so che ci sono, anche se non dovessi mai più rivederli.
Che questo mondo è senza cuore lo sai già, quindi non serve ripeterlo.
Che questo mondo ha un cuore invece serve ripeterlo. Ce l'ha adesso, l'ha avuto e l'avrà sempre.
Nella vita si incontra di tutto, persone splendide, persone per le quali non sei che una pedina, un oggetto di uso o peggio, un intralcio. E persone per le quali la tua esistenza è un miracolo rinnovato.
Persone sparse, di ieri e di oggi che scelgono, consapevolmente è la chiave, di fare la differenza, non isolandosi dal mondo, ma standoci, nel mondo. Con mani piccole, come le mie, proprio invisibili, o più grandi, è bellissimo, è andare alti: il nome di questo blog non è casuale. Siamo idioti? Oh si, probabilmente.
Il vizio di guardare alla ricerca dell'altro non mi è ancora passato. Usare gli occhi per capire. Lo facciamo? No, probabilmente. La maggior parte delle volte i nostri occhi servono per raccontarci e raccontare menzogne ignobili, per costruire altari e andarli ad abitare, mettere gli steccati, arrampicarsi alle torri di nostra madre arroganza, nascondere le fondamenta di sabbia secca su cui poggiamo.
Anche la scelta poi di che cosa farne con quello che impariamo, di cui ci accorgiamo, non è semplice. Si può fare qualcosa di buono, si possono provocare desolazioni: il potere, la gloria, il denaro, le armi del mondo, la nostra incapacità di avere un po' meno paura.
Che cosa si può insegnare, che cosa si può imparare?
Si tratta alla fine solo di darci, e dare, alternative. Considerare la possibilità di essere meglio di come ci pensiamo, di essere più larghi, più capienti di come ci vediamo, più obesi di mezzi e tentativi, fuoripeso anche, spaziosi per accogliere nella nostra sacca marsupiale, nelle nostre cellule piene di adipe mentale non metabolizzato anche un altro abitante. Non per sempre anche, giusto per un poco, qualche minuto, qualche ora, qualche mese.
Quando si sta insieme, non per amore romantico ma per obiettivo comune bisogna fare largo, oltre che farsi largo: vedo poco del primo, in genere, molto del secondo, e mi devasta.
Ci devasta.
Neil Gaiman oggi mi ha ricordato una cosa. Che tra i morti in quella tragedia di una settimana fa in Virginia c'è anche il figlio di uno scrittore che conosco e credo altri, amanti della sf conoscono certamente, Michael Bishop. Aveva anche un sito che è qui: www.memory39.com
Qualcuno che sentiva troppo affollato il mondo per l'invadenza degli altri al suo recinto lo ha tolto di mezzo. Vale la pena allora decidere di ingrassare i nostri ventri, i nostri fianchi sterili dimolto e partorire un po' di vita possibile. Prenderla in mano, guardarla bene e riconoscerla per quello che è, senza imbrogli. E regalarla. Così.

"No, è che ho cercato un posto dove stare, un posto tutto mio, che fosse solo mio, per tutti questi anni. E stasera tu l'hai trovato."
Tra non molto, metà marzo, parto con un altro laboratorio di scrittura, questa volta proprio in mezzo alle colline toscane, in quel triangolo benedetto che è fatto della terra dolce che sta tra Siena, Arezzo e Firenze. Sarà a Bucine, comune del Valdarno Superiore, con l'Arno che scodinzola pigro poco lontano e regala un piccolo affluente come l'Ambra.
In genere non ho indirizzi predefiniti sugli argomenti della scrittura personale (ci mancherebbe) ma in un laboratorio che sto curando in questo momento mi sono accorta che "avvicinarsi alla differenza" calzava in modo sorprendente alla tendenza dei partecipanti.
Una storia di vicinanza forzata con alcuni tedeschi durante il periodo delle bombe nell'estate del '44 nelle campagne della Chiana, un incontro tra un malato terminale di sclerosi multipla che è un piccolo genio dentro la sua stanza e una passante poco indifferente, un viaggio di poco piacere in una realtà estraniata come quella rumena, l'incontro ormai frequente tra musulmani e cristiani che passa attraverso una storia d'amore: questi sono i temi centrali dei racconti che ho ascoltato leggere in questi giorni.
Di sicuro ognuno dei partecipanti si è mosso in piena autonomia, quello che è certo è che il risultato non è casuale. A dimostrazione che si scrive proprio perché si ha qualcosa di irrinunciabile da dire; e questo succede quando si sposta il nostro baricentro, quando il nostro io incontra qualcosa che fino ad allora non comprendeva.
Mi ha fatto pensare, mentre ascoltavo, che l'incontro con l'altro assomiglia all'incontro con la scrittura, no, meglio, che l'incontro con l'altro è l'incontro con la scrittura. Forse non sarà straordinariamente originale, forse è il punto essenziale.
Qualcosa che esiste, qualcosa che non conoscevamo prima, qualcosa che ci fa vedere le cose in modo differente: non è la storia intera dell'uomo il suo rapporto con la conoscenza? Rapporto quasi mai equilibrato e proprio per questo portatore di ricchezze, poco immediate, spessissimo impensate (le ricchezze si adattano a tutti).
Così mi piace quando un laboratorio trova la sua strada, in apparenza senza averla cercata. Qui i possessi personali, fatti di poco oro ma molta prima linea - ogni partecipante li mette in gioco, accetta di condividerli con gli altri - moltiplicano a dismisura ed ognuno ne esce con lo zaino zeppo di oggetti strani, eterei ma preziosissimi, di lunga resistenza, cui potrà accedere ogni volta avrà voglia o bisogno.
Credo sia cosa bella stringere legami fondati su parole e movimenti emotivi quando i media predicano neanche troppo velatamente individualismo e sgomitamenti calcolati come furbo senso dell'esistere: il fatto è che non ho mai conosciuto un vero scrittore che fosse anche egoista e questo la dice lunga su molto parlare.
Allora, per chi vuole venire e partecipare, il 16 marzo ci ritroviamo tutti alle 21.00 presso la biblioteca di Bucine e partiamo con questo nuovo progetto di scrittura.
Se qualcuno ha bisogno di informazioni o vuole parlarmi, l'e-mail è a disposizione: alcyone7676(chiocciola) yahoo.it

___Quando l'età avrà devastato questa generazione
ancora tu ci sarai, eterna, tra nuovi dolori
non più nostri, amica all'uomo, cui dirai
"Bellezza è verità, verità bellezza" questo solo sulla terra sapete ed è tutto quello che vi basta di sapere.
Così scriveva un poeta inglese due secoli fa rivolgendosi ad un'antica urna greca.
Una riflessione fatta con alcuni partecipanti ai laboratori di scrittura e poi con alcuni amici mi ha portato in questo inizio anno a parlare ancora di poesia. Naturale per me, che la scrivo e la diffondo. Meno per altri, molti, che non la leggono. Se si evita l'ennesimo "a chi vuoi che interessi in questa società di video giochi ed effetti speciali ecc ecc, e la gente non ha tempo e poi è difficile ecc ecc) rimane quello che anch'io faccio. La leggo. La leggo per me, per gli altri e la scrivo. Ma perché?
E poi che cos'è la poesia?
A guardarsi intorno in Italia preferisco altro, tipo vedere una puntata della nuova stagione di Prison Break. Decisamente più sano e appagante: in linea di massima l'esperienza della poesia che è data alla persona qualunque è un’accozzaglia di noia e arroganza che farebbe fuggire anche il più duro amante.
Forse c'è un grande fraintendimento. Forse si pensa alla poesia come a qualcosa che si scrive in un momento di disperazione e genera pagine di lamentazioni (toh, Rilke..) personali che non interessano neanche chi le ha scritte a cose aggiustate. E allora perché un altro dovrebbe leggerle, perderci il suo tempo? In uno stile reminiscente di Pascoli e Carducci con sprazzi di dannunzianesimo - tanto i programmi scolastici a malapena vanno oltre lì e figuriamoci gli stranieri - mi trovo a contatto di pagine su figure di donne agognate, monti e fiumi, scorci artistici e inni alla natura spruzzati di male di vivere. Belli ma li conosco già a memoria, non mi servono.
Allora.
Non ho mai considerato lo scrivere un'alternativa più facile al lavoro "normale", come qualcuno professa. Scrivere è un duro lavoro, la fantasia è un duro lavoro (come uno scrittore che ho curato in questi giorni aveva scritto) e non è prendendo un quaderno ed elencando i pensieri del momento che si scrive poesia (neanche narrativa, naturalmente).
Così migliaia di premi letterari accompagnati da letture con sfondo musicale adeguato e migliaia di scrittori divertono e si divertono, fanno bene, ma è poesia? Forse non sono che i nostri ego soddisfatti con qualcosa che ci sembra necessario. E' lo è, nel sacrosanto diritto all'espressione. Ma la poesia è un'altra cosa.
Seconda metà del 900 italiano. La poesia, legata all'avanguardia e all'ideologia, produce quantità non indifferenti di prodotto nel tentativo di superare qualcosa. Ma che cosa? Limiti di spazio e linguaggio. La sperimentazione a tutti i costi chiude le porte alla comunicazione. Attenzione, non è una condanna predestinata, è esattamente il contrario, secondo fraintendimento. Sperimentare è comunicare, non viceversa, come qualcun altro ancora saldamente arroccato nelle sue torri d'avorio intellettuali vorrebbe far credere. E la parola, se non comunica, diventa sterile.
E sterile è come io sento la maggior parte del panorama letterario di questi ultimi cinquant’anni italiani. Certo con diverse eccezioni, ci mancherebbe, ma il resto? E non sono solo io a quanto pare, se si pensa che la poesia è diventata, in un paese che sa poco cosa leggere, qualcosa da ignorare o alla meglio adatto al tè delle signore o alle letture d’accademia.
Io non credo che esista poesia senza tradizione. Non credo esista poesia senza una conoscenza profonda di chi l'ha scritta prima di te. Ma io non credo esita poesia senza coscienza profonda di te che scrivi e di che cosa tu sei, se vuoi creare qualcosa che passi certamente per te ma che poi deve andare oltre te, verso il mondo e avere senso per quel mondo. Perché è qui il punto: avere senso per quel mondo. Solo così può sperare di diventare poesia, in altre parole esperienza, perché la poesia è esperienza, che deve essere ripetuta all'infinito da chiunque e in qualunque parte e momento.
La sterilità che sento mi ha fatto alla fine pensare che si scrive poesia per se stessi contro il mondo, invece di scriverla con il mondo. Il che nasconde una porzione discretamente titanica di egoismo. E chi legge lo sente, non c'è modo di ingannare un lettore, anche il più sprovveduto. Che molla e passa ad altro, equa ricompensa allo scrittore.
E l'egoismo è il contrario di una cosa semplice eppure fondamentale. Che la poesia, come qualunque altra forma compiuta e riuscita di espressione artistica, è vita. E' la vita.
Ogni altra ipotesi è inganno.
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Sonetti
Keats John, Garzanti Libri
€ 8,26
Una riflessione (breve) sulla scrittura in rete
ovvero why I don't read het fiction
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Author: Sugah Sugah Title : Boom
<<He breaks the kiss, much to her surprise and dismay, and gives her a searching look. What he’s looking for, she isn’t quite certain, but he must find it, because his eyes darken to a smoldering cobalt, and he quickly glances around the room. He grips her wrist firmly and darts off down the hallway. She has no choice but to follow him, as if she could tear herself away even if he didn’t have a death grip on her arm. She doesn’t know where they’re going, but she doesn’t particularly care.
They end up at a supply closet. Danny looks around the deserted halls before opening the door and shoving her in. He follows her a moment later, and she hears the click as he locks the door behind them. She stretches past him to grope for the light switch, but he catches her hand and yanks her to him. She is flush against his chest, and he dips his head to capture her lips once more.
She always knew that kissing Danny would be amazing, but the fantasies do not live up to the reality. She’s dizzy and breathless and lightheaded. Kissing him is a roller coaster, and all she wants to do is get back on. She brings her hands to his face, cupping his chin lightly, relishing in the feel of his stubble under her fingertips. His hands are resting at the small of her back, but they slowly migrate south until he is gripping her ass hard enough to bruise. He pulls her hips against his, and she can very clearly feel his arousal through his jeans.
Why the fuck did she want to wait again? She finds she can’t remember.
“No,” she says, her words coming out in pants and gasps. “I need you.”
He leans forward until their foreheads are touching, and she can just barely make out the outline of his face in the lack of light. He presses a light kiss to her lips; the gesture is so tender that it makes her heart ache. It’s that single, solitary gesture that convinces her that she is doing the right thing. The journey may not always be easy, but damn if she’s going to make it without him by her side. “Are you sure?”
She nods, not trusting her voice, and she feels his fingers push aside the elastic of her panties before he drives into her. She gives an involuntary shriek at the way he fills her, stretches her, and he stills, his forehead still touch hers.
“You okay?” he asks, and the gentleness in his tone nearly brings her to tears. She wants to know what she did to deserve a man this wonderful.>>
A smoldering cobalt? To capture her lips once more? A man this wonderful? Oh, please, please, please.
Nella rete di lingua inglese ci sono persone, professioniste e non, che scrivono in modo da stupirmi ogni volta e con le quali ho condiviso e continuo a condividere tempo, passioni e punti di vista. Scambiare opinioni e sviscerare problemi su idee e psicologie è una parte importante nel processo di scrittura, alla quale è impossibile rinunciare se si vuole mantenere una mente chiara su quello che si crea. Questo non vuol dire certo raccontare per filo e per segno il proprio progetto agli altri quando ancora non è chiaro neanche a sè stessi. Vuol dire forse ascoltare e fare propria l'esperienza di altri su diverse questioni che riguardano plot e sintassi. E sull'umore, sul polso generale, direi, della scrittura. Certe regole forse non codificate, ma che rigurdano il buon senso e il gusto estetico. Quello che gli scrittori del passato ci hanno lasciato come eredità preziosa. E quello che il presente ci impone. Ma nella rete c'è anche chi si diverte, e giustamente, a farlo solo perchè ne ha voglia, senza confrontarsi con nessuno. Niente di migliore per la testa e l'umore ma no, non credo che collezionare Harmony & simili e poi scrivere sia una buona pratica. Per chi legge, soprattutto.
E regola numero uno: gli aggettivi? Userei il Triste Mietitore di Pythoniana memoria.

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