
Uno sguardo trasversale ed indipendente sul mondo dei media: cinema ma anche TV, arte, società e molta letteratura
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Un'artista interdisciplinare e sperimentatrice di tecniche diverse: arti visive, grafica editoriale, letteratura e poesia orale, nuove culture digitali
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Un post d'informazione per tutti quelli che sono interessati al futuro di stagione delle serie tv americane.
Come sappiamo ormai lo sciopero è finito, i diritti agli scrittori alla fine riconosciuti - e ci sono voluti 3 mesi e mezzo per farlo - ora l'enorme macchina di finzione riparte, divisa tra episodi rimasti da prima dello sciopero e quelli nuovi già scritti ma da girare.
L'elenco sotto è il più esaustivo al momento disponibile che ho potuto raggruppare. A voi.
24
Stagione rinviata al 7 gennaio '09.
30 Rock
Dovrebbero girare 5 nuovi episodi con inizio trasmissione il giorno 10 Aprile.
Aliens in America
Rimangono otto episodi pre-sciopero trasmessi dal 2 al 23 marzo e dal 27 aprile al 18 maggio.
Army Wives
La stagione 2 debutta nel mese di giugno.
Back to You
Due episodi di pre-sciopero restano. Previsto di girare fino a 8 ulteriori episodi, il primo dei quali in onda il 16 aprile.
Battlestar Galactica
Ritorna il 4 aprile con la prima metà della stagione finale di 20 episodi. La seconda metà della produzione potrebbe iniziare già a marzo.
The Big Bang Theory
Dovrebbero girarsi 9 nuovi episodi con inizio trasmissione il 17 marzo.
Big Love
Prevede di andare in produzione sulla 3a stagione in primavera.
Big Shots
Non ci sono nuovi episodi previsti.
Bionic Woman
Non ci sono nuovi episodi previsti.
Bones
Quattro episodi di pre-sciopero sono previsti a iniziare dal 14 aprile. Previsto di girare da 2 a 6 ulteriori episodi.
Boston Legal
Un episodio di pre-sciopero resta. Dovrebbero girarsi 8 ulteriori episodi da trasmettersi in aprile / maggio.
Brothers & Sisters
Prevede di girare 4 nuovi episodi da trasmettersi in aprile / maggio.
Burn Notice
Stagione 2 prevista per arrivo a fine aprile. Nuovi episodi potrebbero iniziare fin da luglio. Benissimo.
Cane
Non prevede ulteriori episodi questa stagione.
Chuck
Non ci sono nuovi episodi fino all'autunno.
The Closer
Inizio quarta stagione questa estate.
Cold Case
Dovrebberoro girarsi 5 nuovi episodi con inizio trasmissione il 30 marzo.
Criminal Minds
Dovrebbero girarsi 7 nuovi episodi con inizio trasmissione il 2 aprile. Benissimo.
CSI
Dovrebbero girarsi 6 nuovi episodi con inizio trasmissione il 3 aprile.
CSI: Miami
Dovrebbero girarsi 8 nuovi episodi con inizio trasmissione il 24 marzo.
CSI: NY
Dovrebbero girarsi 7 nuovi episodi con inizio trasmissione il 2 aprile.
Desperate Housewives
Dovrebbero girarsi 7 nuovi episodi da trasmettere in aprile / maggio.
Dirt
In partenza la nuova stagione intera il 2 aprile, per fortuna.

Ne avevo già parlato in precedenza ma non posso non ritornare su una serie tv che sta diventando a mio giudizio una delle più sorprendenti in assoluto nel panorama delle ormai centinaia che occupano i palinsesti di tutto il mondo.
Una serie che mi ha fatto riflettere su che cosa si cerca, anzi, cosa io cerco quando decido di dedicare un’ora a guardare qualcosa che sia di struttura narrativa, insomma, non info né edu.
La storia per cominciare. Qui non c’è molto da dire. Tutti vogliamo che ci venga raccontata una storia. Perché? Perché le storie elaborano i nostri vissuti e i nostri desideri, danno, per quanto possa sembrare strano, sentieri da percorrere. Altrimenti non si spiegherebbe perché da sempre l’uomo è affamato di storie. Li sento, i miei antenati intorno ai fuochi, distesi sulle pelli a narrarsi di bestie misteriose o di parole impronunciabili tramandate da saggi intoccabili. Di terre inesplorate di dragoni e di vite in pericolo. Le storie ci mettono alla prova, testano chi siamo e cosa siamo. Con un lato di sicurezza, che ci garantisce che il viaggio, perché sempre di viaggi si tratta, per quanto pericoloso, non arrecherà danni fisici. E’ solo una storia.
Non ha pensato che fosse solo una storia l’interprete principale di Criminal Minds, Mandy Patinkin, che all’inizio della terza stagione ha abbandonato la serie perché ritenuta contraria ad ogni suo modo di concepire la vita, dannosa, assolutamente crudele e di violenza inaudita. Ora, so che dicendo questo faccio solo una pubblicità positiva, visto che la maggior parte della fiction cerca sangue a iosa e sguazziamo tutti volentieri negli squartamenti. Ma per Criminal Minds il discorso è molto, molto più complesso.
E pensare che tre anni fa cominciando a vederla per caso l’avevo bollata come reazionaria.
Io che seguo ugualmente anche le serie inglesi oggi non posso che pensare che sia in qualche maniera la giusta erede di quel capolavoro ancora insuperato di Touching Evil creata da Paul Abbott (non male neanche il rifacimento Usa, anche se molto differente).
Criminal Minds parla del male. Ma non del male che succede, la moglie uccisa dal marito in un eccesso di rabbia, un’auto assassina che si dilegua. Criminal Minds parla del male fatto volontariamente, calcolate e messo in atto deliberatamente. Di menti criminali, appunto.
Per questo è sconvolgente. Non perché si veda tanto sangue, che non c’è, ma come seriamente questo sangue viene trattato. Come, a differenza delle decine di serie stupidaggine modello Csi e i milioni di derivati nati scaduti - dove i morti sembrano manichini e tutte le storie un balletto di frasi anestetizzate - siano le menti, invece di attrezzi e plot improbabili, ad essere il centro vitale, o meglio dire, mortale, delle storie.
Si, perché è di distruzione che parla. Touching Evil lo diceva: toccare il male fa diventare anche te, che stai dalla parte del bene e cerchi di sconfiggerlo, parte del male. I modi come riesci a rapportarti con questo dato angosciante è come si svolge anche Criminal Minds. Il morire della tua parte più umana come uno stillicidio, senza soluzione, senza possibilità di fuga, se non l’uscire del tutto di scena. Quando l’hai provato, non è abbandonando il lavoro che ti libererai. Ormai sei stato toccato, non ritroverai la tua innocenza primigenia. Ucciderai a fin di bene, farai anche tu le stesse cose del tuo avversario, anche se dalla parte della legge. Ma legale non è necessariamente morale, anzi forse quasi mai. I personaggi che compongono la squadra del BAU sono come corpi aperti a mostrare le loro stesse viscere, e la scrittura del loro destino, così disperato e solitario, è qualcosa di estremamente affascinante da seguire. Storie cui dare attenzione.
Quanta letteratura dell’ottocento americano mi fa venire in mente. Quanto stupore di come un’industria riesca, attraverso un prodotto, a parlare del centro vitale di un’intera cultura. Quanto in questa maniera saltino ancora tutti i paletti imposti dai rimasugli del ‘900 intellettuale tra cultura alta e bassa, tra letteratura e spettacolo: non come opposti in guerra per il controllo del giusto, ma come semplici facce di una stessa medaglia, a rimarcare l’affermazione wildiana che ho sempre condiviso: che non esiste per una creazione che un unico modo di distinguerla: bella o brutta, fatta bene o no.
Come per il male. Se uccidi qualcuno, qualunque sia la giustificazione, anche la più santa del mondo, il risultato rimane: hai ucciso qualcuno.
La cosa che mi fa felice è che c’è chi tenta strade molto difficili nella fiction e viene ripagato. Senza ascolti stellari e attori sulle copertine dei rotocalchi, ma invece un lavoro certosino di costruzione di caratteri, storie che si dipanano, anime che s’intrecciano, attridono e implodono, si sviluppano come nella vita reale, s’inceppano, inciampano, ricadono, si piegano, ricadono e non c’è lieto fine. Una scelta editoriale che ha costruito una serie come questa fino ad arrivare dove è adesso fa onore alla CBS, la produttrice. E se le 13 puntate di questa terza stagione – purtroppo probabilmente anche finali per quest’anno, visto lo sciopero degli scrittori del WGA - sono tra le più belle che ho visto, qualcosa vorrà dire. Ci sono serie fatte non con il solo intento dell’ascolto comodo, ma con l’intento di parlare di cose difficili e portarlo avanti seriamente, decisamente, senza ripensamenti. Certo non per tutti, sia chiaro. Certo una delle migliori.
Per chi vuole sapere da dove nascono serie come queste e i libri disponibili, un indirizzo:
http://www.johndouglasmindhunter.com/books/index.php
John Douglas è in qualche maniera il fondatore del metodo e dopo averci quasi rimesso la vita, si è ritirato dedicandosi alla scrittura.

DIPENDENZE
..
Qualcosa di bello in tv per questo fine settimana. Stanotte un Fuori Orario notevole dedicato alla droga e all'assuefazione che comincia con un film di Philip Garrell in prima visione, Innocenza Selvaggia del 2001, continua con un'altra prima visione, Last Days di Gus Van Sant del 2005, e finisce con un film molto visto e che molto rivedrò, The Addiction di Abel Ferrara, che appartiene al suo periodo, splendido, di morte e redenzione, 1995. Lo splendido è naturalmente riferito al risultato artistico, quello umano è stato pagato a ben altro prezzo. Credo lo paghi tuttora. Ma è di tutte e tre le storie di stanotte, il caro prezzo: vite sprecate, cantanti rock finiti come Kurt Cobain. La droga è e rimane un appoggiare la propria vita su muri di altri, consolazione e illusione che assomigliano a tubi di scarico. Ho perso troppa gente vicina per questa menzogna per vederla in quell'alone mitico che appartiene molto alla nostra epoca. E apprezzo chiunque cerchi di affrontare il soggetto in modo non enfatico ed evocativo.
E mentre scrivo mi sto accorgendo che quasi tutto quello di cui che sto parlando è girato in bianco e nero. Per calmare un po' i nostri occhi bombardati da troppi colori.
Anche la puntata di cui parlo adesso è quasi tutta in bianco e nero. Va in onda domani sera alle 21,45 su Raidue ed appartiene ad una serie che si chiama Cold Case. Ricordo la prima realizzata in Canada, Cold Squad, passata anche in Italia un po' di soppiatto, basata sull'idea di mettere in scena investigatori che si occupano di casi "freddi", cioè quelli rimasti senza soluzione.
La serie è di quelle solide, senza grosse punte né cedimenti. Una serie tranquilla, che si comincia a conoscere ed amare piano piano, guardandola con attenzione. Niente casi eclatanti, niente smembramentii né luminol, molta concentrazione sul fattore umano, emotivo. Persone perdute e senza speranza che finalmente arrivano a capo di un mistero rimasto tale per troppo tempo.
Ne parlo perchè questa puntata, Segreti Impossibili, trasmessa l'anno scorso negli Stati Uniti, è diventata un "caso", poichè affronta la tematica scottante (siamo negli anni 60) della relazione amorosa tra due poliziotti, con una notevole vicinanza a Brokeback Mountain. E' stata la prima volta che succedeva in un primetime USA, quindi un altro piccolo tabù infranto che ha fatto parlare per giorni.
Al di là di questo, però, è proprio splendida. Come tutta la stagione (quarta) che sta trasmettendo la RAI e la consiglio davvero di cuore.

HEROES
e un festival del cinema

Heroes. Ho aspettato un po’ per parlarne perché volevo ascoltare le reazioni generali, ero molto curiosa.
Prima gli ascolti. Così così tendente al buono, Italia Uno ci conta molto. Ha già replicato le prime quattro puntate in tarda seconda serata e gli spot per le nuove sono onnipresenti. Certo, vedere Peter Petrelli che combatte i suoi incubi privati con sotto un biscotto McVities’ che passa non è una delle esperienze migliori. Ma tanto sappiamo che quando la tv italiana vuol fare la cialtrona ci riesce benissimo. Idem per il doppiaggio (dove sono andati a finire gli accenti nazionali e le sfumature in questo piattume?) ma inutile ripetere, è storia vecchia, annoia solamente.
Quando seguivo con tutta la community in movimento la stagione passata in USA, e sapevo della programmazione anche italiana (venduta in 80 paesi, ormai la tv seriale americana è cinema a tutti gli effetti e in tutti i sensi e in via di sorpasso) mi domandavo se sarebbe piaciuta anche qui. Ora, a distanza di una settimana, la questione rimane: piace? E a chi? Certo, a chi non piacciono gli eroi se poi sono super? E i fumetti, manga e comics, dai quali prende a piene mani? Non a caso il personaggio più generalmente amato è quel gigantesco dork (per ora) di Hiro.
Credo, al solito, che come per tutte le operazioni intelligentemente fatte, anche questa serie abbia i suoi buoni tre o quattro livelli di lettura, e per questo possa penetrare e mettere in comunicazione platee che poco hanno da spartirsi, sedicenni come cinquantenni, indipendentemente dal paese. Non indipendentemente invece dal livello di conoscenza: non sono queste le nuove frontiere? Non le linee sulle cartine geografiche ma le linee sul sapere e di consequenza sulla parola scritta?
E sembrerebbe strano ma invece no, solo noi qui non ce ne accorgiamo, come i libri siano una presenza costante e imprescindibile in serie di culto come Buffy e Angel e Supernatural e ora Heroes.
Cioè serie per giovani, quelli che dicono non aprono mai un libro e fanno solo videogiochi e sms (insomma gli ignoranti persi).
Quelle serie, cioè, che andando ben oltre ogni considerazione di audience e successo, sono davvero già entrate nel cuore di un'intera generazione e sono figure preminenti dell'orizzonte immaginario di un’epoca di spettatori di internet (quindi consapevoli e attivi). I libri, quindi la conoscenza e la ricerca della conoscenza come possibilità di salvezza del genere umano, strumento grimaldello contro la follia e la violenza. I mostri si combattono a suon di biblioteche e ricerche, le eredità dei morti tengono i vivi viventi.
Per me è uno dei messaggi (veri) più belli che qualcuno possa dare, il passato e le testimonianze di altri che servono a mettere le radici per un futuro possibile. Desiderato, quindi possibile.
In questi giorni di Mostra Cinematografica d’Arte Venezia ho sentito decine di registi ed attori dire quanto i loro film fossero importanti per il mondo intero perché trattavano argomenti importanti. Ed io pensavo ogni volta a come invece l'importanza non sta nella tua decisione, ma in quello che senti e hai fede, che se sei capace veicola le tue azioni e il tuo creare.
A Venezia ho visto poca gente credere in qualcosa. Ho visto denunciare e additare ininterrottamente, fare coloriti panegirici sui mali degli altri (sempre degli altri) ma poco credere e costruire, fornire una visione. Serie come queste invece offrono aperture che il nostro immaginario culturale novecentesco ha perso da molto, o forse non ha mai avuto, se non per pochi. Quel senso del popolo semplice e normale (bellissima parola, mai troppo adorata), della storia come fato unitario di radici comuni, quel senso di nazione che niente ha a che vedere con passatismi e retoriche ma come invece appartenenza ad un'idea più grande della quotidianità dei soldi e degli interessi solamente individuali. Che si erge e lotta ed accoglie. E lotta. E lotta perché ci crede.
Quel senso che fino a che non sarà ritrovato, rende inutile fare i convegni degli addetti al settore sulla speranza del cinema italiano che passa attraverso i finanziamenti e il redigere 100 manifesti e il biasimare il pubblico incapace di comprendere.
Non sono i soldi che mancano, di questi ce ne sono troppi. Dell'umiltà e del coraggio invece, che appartiene da sempre ai migliori di questo popolo, di questo pare si sia persa traccia.
Credo sia ora, noi che ci crediamo, di dire francamente che con questi miseri figuri non abbiamo niente da spartire. Di mollare questi pachidermi ideologici, queste ferite intellettuali mummificate e guardare più lontano, lontanissimo. Forse non abbiamo ancora idea di quanto anche i nostri poteri, senza essere extra, siano enormi.
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HEROES - tutte le domeniche alle 20,40 su Italia Uno.
VENEZIA, a parte Haynes, De Bernardi e qualche boccone sparso, come diceva Brusati, da dimenticare.

“Ma ognuno uccide la cosa che ama; lo sappiano tutti;
gli uni uccidono con uno sguardo di odio,
gli altri con delle parole carezzevoli,
il vigliacco con un bacio, l'eroe con una spada!”
Non scrivo il nome per rispetto al fatto che è un grande attore della scena teatrale italiana e una sciocchezza può capitare a tutti di dirla. Ma ancora una volta testimonio di prima mano la distanza reale tra la vita vera e quella ovattata di molti che fanno spettacolo.
Sto ascoltando Raidue o Raitre, si parla di una pièce in questi giorni a Roma, La Ballata del Carcere di Reading, messa in scena con l’aiuto di veri carcerati e le musiche di Giovanna Marini, quando l'attore di cui sopra, presentandola, pronuncia questa frase, più o meno: “Tutti sappiamo che cosa è la ballata, un poema scritto da Oscar Wilde appena uscito dal carcere dove era stato per due anni (lavori forzati) accusato di offesa alla morale (sodomia) per raccontare la sua esperienza. Certo, a distanza di più di cento anni tale fatto a noi moderni fa sorridere, ma credo comunque che….” ecc. ecc.
In effetti, la storia dietro e dentro La Ballata del Carcere di Reading fa davvero sorridere per la sua vecchiezza. Basta voltare un attimo lo sguardo, senza spostarlo molto. Basta andare a vedere quanto sorridono, oggi, quelli che stanno dentro le carceri egiziane accusati di omosessualità. O quanto sorridono quelli dentro le carceri di quasi tutti i paesi mediorientali, Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Yemen. O i sorrisi gay delle carceri cinesi. O, meglio ancora, di quelle africane, Camerun, Nigeria. Delle risate infinite, quando puoi scomparire se scoperto a baciare un tuo simile di genere. E a tutte quelle piccole carceri, con le sbarre o meno, sparse nei nostri avanzatissimi paesi occidentali.
No, qui non siamo in uno sceneggiato fantascientifico dove ci si può innamorare in una notte alla vigilia dello sbarco in Normandia e baciarsi in pubblico, davanti a tutti, e farla franca.
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Disperato Wilde, amante perduto di un ragazzotto vanesio e con il coraggio di dirlo, incolpato di essere sorpassato: al suo orgoglio questo è un colpo peggiore del carcere stesso.
Ma siccome è un grande scrittore, come per tutti i grandi scrittori, quella che è stata la sua esperienza personale diventa, per comune sentire, esperienza universale, e in questo caso tristemente universale. Testimonianza senza tempo di dolore e urlo terribile verso chi decide per te se va bene o no quello che sei.
Sono passati più di cent’anni ma stiamo fermamente ancora lì, aspettando tutti di morire di sorrisi.
Titolo Opere Mondadori
Autore Wilde Oscar
Prezzo € 55
"Torchwood", spin-off di Dr. Who, su Jimmy a partire da lunedì 3 settembre, ore 21.50.
prima stagione, 13 episodi

Un consiglio di visione in queste sere estive. E' una prima visione in tutti i sensi, in quanto non ho mai visto molti dramas delle tv inglesi sulle nostre tv pubbliche. E questo fa appunto l'eccezione. Su Raitre va in onda, in due puntate, il finale di Prime Suspect, una serie investigativa molto seguita sin dagli esordi - il primo episodio è stato trasmesso in Gran Bretagna su ITV nel 1991- che vede come attrice protagonista il premio Oscar Helen Mirren nei panni della detective Jane Tennison.
Personaggio complesso che nelle sette stagioni della serie (tutte mini), trasmesse a intervalli irregolari dal 1991 al 2006, è la detective testarda e ossessionata dal proprio lavoro che giunge, anno dopo anno, ad un punto oscuro della propria vita e della propria carriera professionale, vedendo avvicinarsi il momento della pensione. Le cose si complicano con la malattia del padre ed un problema di alcool.
Helen Mirren è stata più volte premiata per il suo ruolo in Prime Suspect, ricevendo inoltre la nomination al Golden Globe del 2007 proprio per quest’ultimo episodio. L'appuntamento è per il 21 e 28 luglio in prima serata su Raitre, ore 21.
Chi vuole una storia credibile, emozioni naturali, finezza di interpretazioni e nessuna facile strada narrativa troverà di che accontentarsi.

VOLTI E FACCE
La bellezza in tv
(ma non solo)
Usare le dita è altamente educativo. Sono le 23 passate di un mercoledì. Sto scrivendo e mi fa compagnia MBC3 (tv) che non finisce mai di stupirmi (l’hip hop arabo è tutto da scoprire…). Decido di tornare in Europa. Come in ogni giusta gerarchia di telecomandi italiani ho i primi sette tasti occupati in fila dalle tv nazionali, l’ottavo sta con Oden- da noi RTV 38- e il nono rimane per il satellite.
Zappingo qua e là, anche se non sono una che lo fa spesso, solo quando sono stanca ed ho un televisore davanti. Nel 1° c’è Porta a Porta, salotto illuminato come per un atterraggio di alieni e, in effetti, parlano come loro, nel 2° c’è il reality isolano dove piangono molto - lacrimoni che scivolano su gote tese e immobili ma non per la tensione, sembrerebbe di più per dei ferretti –hanno capelli da poster Wella aftersun e salutano come emigranti di un secolo fa le famiglie lasciate a casa da dieci giorni, sul 3° c’è Primo Piano e Berlusconi e il governo e la sinistra e sappiamo la storia, su Canale 5 c’è Matrix e Berlusconi e il governo e la sinistra e sappiamo la storia, su Italia 1 c’è la pubblicità di una partita, su Rete 4 c’è la partita, su LA7 la pubblicità di un deodorante, su 38 “Racconti lesbo dal vivo, chiamami subito…”
Sono immagini familiari nel loro caos visivo, cioè senza unico punto focale insistito, un po’ come le riprese degli albori, quando si piazzava la macchina lì e si lasciava che tutto accadesse davanti.
Sul nono sto sulla BBC…
E mi fermo.
Perché improvvisamente la tv è entrata nella stanza.
Improvvisamente le immagini di prima, che il mio cervello ha immagazzinato, evaporano.
State of Play è un drama che ho già visto almeno tre volte (anno 2003), quindi conosco bene. Francamente non ha niente di quell’appeal che potrebbe interessare chi guarda: non ha dentro donne che catturino l’occhio, non ha location particolare, giusto Londra sempre uguale a se stessa, non è per niente di azione, parlano molto, quasi sempre al chiuso e perlopiù di notte. Non racconta una storia esemplare ma soltanto una storia di poveri cristi (anche se alcuni di loro hanno molti soldi e posizioni di governo). Ma la vita è più democratica delle persone e la giustizia terrena distribuisce equamente la dose di misteri e tribolazioni pescando nel mucchio. E qui ce ne sono 2 in particolare che se la giocano proprio…
State of Play è una delle cose più belle che ho visto in questi ultimi anni.
Paul Abbott, come scrittore, lo conosco bene, sapevo la prima volta dove andavo a cadere, e qui si cade felici.(Che la BBC giri quelli che si chiamano sceneggiati con rabbia e furore e sana ragione è una cosa che mi inorgoglisce. Che in Italia si girino sceneggiati con l’idea di un’audience di pensionati beoti mi inorgoglisce un po’ meno. Comunque..)
Insomma, dopo le immagini caos mi appare a tutto schermo la faccia di Paul Morrissey, uno dei protagonisti, che sta parlando, centro schermo, mezzo busto un po’ di lato, scena comune nello sceneggiato.
Ed io sono in un altro mondo e la prima parola che mi viene in mente è “bellezza”.
No, no, non perché Morrissey è bello in senso di prestanza fisica, niente di tutto ciò, non è questo che intendo.
Ma delle menti che girando lo sceneggiato hanno coscientemente deciso di includere la bellezza come ingrediente della loro creazione. Bellezza come armonia, passione, evocazione di mito, simbolo, tutto insieme.
Sono immagini potenti perché sottointendono, suggeriscono, costruuiscono.
Sapienti, perché non fatte per accumulo logorante, ma per sottrazione. Non un risultato standard ma gli strumenti per un mio risultato personale, dove io che guardo decodifico, secondo le mie capacità, interpreto, quindi agisco, non subisco.
In Italia, dal dopoguerra, grosso modo tutta la nostra creazione artistica, non so per quale ragione, rifugge dalla bellezza in questo senso. Il punto che conta è l’impegno ed è giusto. Le persone con le quali lavoro sanno bene che è una cosa dalla quale non si può prescindere, non è un optional, è insito in ogni nostra azione che giocoforza riguarda sempre anche gli altri. La serietà è l’altro cardine, che non vuol dire serioso, ma prendere sul serio quello che si fa.
Ma il terzo è la bellezza.
State of play è bello non solo perché la storia è bella e lo è perché racconta un’esperienza unica, non un modello “esemplare”, un’idea rivestita di personaggi, ma è bello perché c’è dentro la volontà di valorizzare visivamente una scrittura già bella, espandendola, integrandola, dandole le possibilità espressive del mezzo visivo(quando mi chiedono perché amo Michael Mann, è qui che appunto il mio sguardo e il mio cuore).
Tra scrittura ed immagine non c’è quel divario che mi ripetono: “Si sente che è scrittura, la scrittura al cinema si perde, il cinema(o tv) è un’altra cosa, il libro è libro, l’immagine è immagine” e via di seguito. Mi sembrano banalità.La natura propria dell’immagine, che è essere guardata e quindi essere attraente - e le strade della attraenza sono infinite, non bisogna mai scordarlo, non codificate e stabilite in eterno - può perfettamente sostenere un contenuto complesso e forte. Nessun sacrificio richiesto se non quello che nasce dall’incapacità di chi fa, io per prima.
Certo la bellezza, la sua comprensione, non è solamente innata. La si impara e la si coltiva. Quelli che mi hanno costruito intorno edifici che sono tutti i giorni costretta a guardare e poi voltare la testa, non sanno che cosa è, non l’hanno mai incontrata, se mi dicono che la funzione è una cosa differente dall’estetica. O dall’etica, come se quest’ultima non fosse alla base di entrambe. Contrapporli è il risultato dei poveri di spirito piuttosto che di un destino scritto nei geni dell’opera umana.
I nostri designer degli anni 50 e 60 lo sapevano bene, per questo mi ritrovo per casa vasi e lampade che mi fanno fermare incantata come davanti un tramonto d’estate.
Quando vedo la mediocrità visiva delle immagini proposte penso che sia perché non si sa vedere, non si ha una cultura sviluppata del vedere. E questo, proprio per la natura propria dell’immagine, porta a restituire cattivi servizi.
Si nasconde che la bellezza appaga i sensi, dà godimento e speranza e per questo ci appartiene a pieno diritto: non dobbiamo mai scordare di reclamarla ad alta voce.
Così non mi piace quando mi ritrovo davanti a storie, già al massimo “volenterose” a livello di scrittura, girate senza occhi. Coi personaggi coi vestiti e le facce inamidate come crinoline ottocentesche, tutte tirate a lucido e lisce, senza imperfezioni, come i loro gesti e quello che dicono. Dov’è la bellezza? Perché comunque raccontano storie “giuste” o “importanti” o peggio ancora, come dicono, “vere”? Forse per chi si accontenta delle superfici di plastica. Ma alla plastica, per quanto la adori, devo riconoscere una non personalità che sullo schermo, sotto la luce, appare in pieno, misura l’inconsistenza.
Sullo schermo, come nella vita, mi piace la carne, quella imperfetta delle facce che abbiamo tutti. Mi piacciono le occhiaie e i capelli sporchi, gli sguardi miopi, le fronti sudate, le unghie mangiate, i corpi un po’ sfatti, gli scatti di rabbia e di disperazione, le ascelle bagnate, le urla e gli sputi veri.
Mi piacciono le persone, non gli attori. E quelli che lo sono davvero non mentono, ma portano loro stessi là sopra, alla faccia di tutte le tecniche di recitazione. Mi piace la verità, anche se ricostruita.
Mi piacciono i vestiti di tutti i giorni e chi ci si muove, agisce, esiste, anche se in virtuale: non c’è differenza. E di una cosa sono sicura: che la bellezza, come la verità, non è mai banale.
Per chi interessa: BBC UK State of play

Conosco il fatto. Studio le culture, so come funzionano, almeno a grandi linee e se una cosa del genere sia mai possibile. Quello che parte come esperienza di pochi ed è avversato dalla maggioranza, ancora lontana o pigra per comprendere, arriva dopo un po’ al suo momento di culmine, al suo zenit, diventa gradevole dove prima era impensabile, diventa dominio generale e da lì tutti se ne appropriano. E’ un bene, a quel punto: l’esperienza diventa comune.
Quando leggevo gialli e non parlo di Agatha Christie ma della Highsmith, della Rendell e di tutti i nuovi americani, qui da noi erano serie B, non abbastanza intellettuali. E Scerbanenco, lo Scerbanenco che ora sento citare continuamente, stava sui banchi dell’usato a 1000 lire in quelle edizioni omnibus early seventies con delle copertine da sogno, tra urban culture e grafica marxista. Letteratura trash.
Oggi conosco decine di scrittori di gialli e sono sicura che tra poco la De Agostini farà uscire le lezioni di tecnica gialla a dispense: 60 fascicoli su come diventare George Simenon. E nel primo fascicolo ci sarà la pipa in regalo a 4.90 €.
Li ho amati molto, ma film come Vivere e morire a Los Angeles o Manhunter erano… cosa? Mah. Tu vedevi una rivoluzione, gli altri no.
Da tempo mi interesso di cinema e da tempo sento questa cosa della “rinascita del cinema italiano”. Ma mi domando rinascere da che. Non è una fenice che ce la fa anche dalle ceneri. Qui l’humus è avariato, il seme seccato, le idee agonizzano davanti alle ideologie; la cultura, quella che alimenta un prodotto quando vai a definirlo e non si improvvisa, non si inventa, non si compra, ma è la tua individualità lavorata con pazienza e tempo incommensurabilmente dedicatogli, si è come disintegrata. Svanita. Valore zero sul mercato o poco più. Troppa fatica. E poi a che serve? La questione è però che senza quella, ciò che crei ha lo stesso valore: zero. E a parte qualche caso isolato e meritevole, il resto mi è francamente incomprensibile.
In questi ultimi mesi ho visto diversi film italiani delle due ultime stagioni ma non so di cosa dovrei parlare. Sono davvero nel vuoto completo. Mi imbarazzano i loro assunti, i loro personaggi indecisi, le soluzioni di sceneggiatura che sarebbero troncate di netto in qualunque corso di scrittura, i dialoghi che non stanno in piedi, la recitazione che gratta chiodi dappertutto, la mancanza di immaginazione, come se anni di studi e ricerche di semiotica fossero passati invano, nessuna idea che sia indipendentemente fiera e personale.
Penso al coraggio dei registi degli anni 60 e 70, che non guardavano in faccia a nessuno e non si fermavano davanti a niente. Non sarebbe questo l’arte, visto che così riteniamo il cinema?
È naturale in queste situazioni, per chi ama la cultura visiva e non ha problemi di autarchia intellettuale né di frontiere fisiche, rivolgersi ad altre fonti.
Alla metà degli anni 90, quella rivoluzione che stava accadendo nel fumetto – ne parlarò, qualche volta -e che godiamo tuttora, accadeva anche per la tv e le serie. In USA certo, non da noi. La fiction si è piano piano ritagliata il suo spazio di intelligenza e grazia, di rottura di quelli schemi un po’ idioti che l’avevano accompagnata dagli anni 60 ed è diventata adulta. E di una adultità tutta sua, niente tv= parente povera del cinema. Ma tv, punto e basta. Fatta di cose bellissime. Qui intanto l’apparato addetto alla critica creava miracoli su qualche dato minuscolo, qualche granello che si, forse, si, senz’altro… e snobbava la tv perché non stava bene guardandoti col sorriso di compatimento culturale del povero mentecatto con: “Vuoi mettere il cinema…il sogno, la magia, la condivisione… (si, giusto: 1 ora e trenta al buio isolato da tutti se non per le coca versate sulle poltrone e sui piedi e i popcorn nelle orecchie e il quadro fuori fuoco e l’audio in ritardo di tre minuti buoni…)
E’ l’unghia ingrandita che fa scomparire l’elefante intorno. Lo trovo ripetuto spesso, questo procedimento Ma ognuno è sacrosantamente libero di creare quello che vuole. Noi non ascoltavamo e andavamo per la nostra strada, a cercarci la meraviglia.
Adesso però lo zenit è arrivato anche per le serie tv. Improvvisamente il coro generale si è svegliato ed ha detto: “Sapevate che esistono le serie tv in America che sono belle e non hanno niente da invidiare al cinema (proprio perché NON VOGLIONO gareggiare con il cinema, ribattiamo noi. Lasciategli la loro autonomia, se la sono guadagnata) anzi, sono meglio?”
Bravi. Complimenti per la tempestività con cui saltare sui carrozzoni spinti da altri.
Se qualcuno compra FILMTV legga la lettera pubblicata nella posta del numero 27 perché ne è un buon esempio.
Io invece voglio approfittare per fare una cosa che da tempo sento di dover fare: devo dire grazie ed una volta per tutte agli amici d’oltre oceano, a internet, alle communities e a tutta quella rete di condivisione spontanea che allora era agli albori ma che era ed è tuttora forte più della morte, perché è stato tramite questo – e una discreta abilità con gli algoritmi - che ho visto 0z e Band of Brothers e Harsh Realm e West Wing e The Handler, K Street, RHD, Jeremiah, Six Feet Under, Witchblade, The Guardian, Miracles, Brimstone, The Shield, Boomtown, Hack, The Wire e tutto quello che ancora oggi reputo tra le migliori cose scritte in questi anni di mesta scrittura.
Alcuni mesi fa ho rivisto per caso Miami Vice. Serie di metà anni 80 eppure…. È stato con lei, per chi ha saputo vedere oltre l’allure di auto e belle donne che le cose – certo allora inconsciamente - erano cambiate e non sarebbero state più le stesse.
Spero che questo patrimonio, ora sempre più, e giustamente, alla portata di tutti, serva per rendersi conto di cosa vuol dire scrivere bene, libri o sceneggiature poco cambia, e rispettare il fruitore del tuo lavoro. E per il fatto che se anche si chiama divertimento non vuol dire non sia da considerarsi seriamente. Fuori da qua lo sanno bene.
E vorrei dire un grazie anche a tutti noi – sappiamo chi siamo - che per anni abbiamo diffuso la loro conoscenza: amici, articoli, forum, convegni, discussioni, lezioni. Ce lo meritiamo.
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