- WHY DO WE FIGHT - Il blog di Chiara Micheli

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sabato, 28 gennaio 2006

       

                              Il prossimo anno a Gerusalemme

 

 

                    

 

E' una coincidenza che ieri Hamas vinca le elezioni politiche in Palestina, lui che giura la distruzione dello stato di Israele, e oggi sia giorno della memoria di quelli che da sempre respinti in posti più lontani, andarono, dopo il '45, a cercare una terra che ridesse il senso di appartenere a qualcosa, loro che non avevano più niente, solo quella terra, reputata lascito diretto di Dio? E' anche troppo banale vedere gli scherzi che la storia si diverte a fare. E ai quali noi contribuiamo.

Gli sporchi ebrei, tenutari di poteri occulti ed averi immensi, quelli che dal 9 settembre 2001 sono accusati del complotto: "No, te lo giuro, è vero, non c'era neanche un ebreo morto nelle torri gemelle..", quelli che, nessuno venga a raccontarmela, 60 anni fa andavano a morire con la benedizione di quasi tutti i tedeschi e diversi italiani, ubriachi di ignoranza e arroganza: la morte tua è la vita mia migliore.

Si dice che la storia non insegna niente. Che si ripetono ciclicamente gli stessi errori, ancora ed ancora, senza tenere conto del passato. Eppure.

Ottant’anni fa si poteva anche mandare al governo, con elezioni democratiche, uno che decideva di sterminare un popolo perché reputato come parassiti e forse lo erano davvero e lo faceva, con la quieta acquiescenza che nelle parole di Eichmann al suo processo risuona come quella innocua di chi ha fatto il proprio dovere di bravo cittadino, fedele alla bandiera.

Oggi credo invece che Hamas si freghi con le proprie mani, che ragioni con la mentalità del 1930 in un anno che si chiama 2006. Mi dispiace per tutti i simpatizzanti palestinesi, anche miei amici.

Se le condizioni di vita e povertà e le colpe non le vedo da una sola parte, non vedo altrettanto perché si possa impunemente e a voce forte dichiarare la volontà di sterminio di qualcun altro.

Sarà solo l'ala estremista? 

Può darsi. Ma è un’ala che si fa sentire, che è in tutte le tv e giornali del mondo, che lancia un messaggio di odio credendoci quando ormai nel mondo siamo sempre in meno a crederci: che la morte tua sia la vita mia. La vita è una sola, indivisibile: se tronco la tua, in qualche strana e ultraterrena maniera, trancio anche la mia.

John Donne, poeta inglese del seicento poi diventato ecclesiastico, trasferendo la sua vena acuta al servizio di Dio, in una famosissima meditazione dice: "Ogni morte di uomo mi sminuisce".

In un mondo che è uno, non mille, ci dividiamo anche questo.

Nell'odio sociale e personale come arma di lotta, quando vedo, ancora più subdolo, usare il disprezzo come arma di lotta, cosa è capace di fare un uomo verso un altro uomo, non c'è meraviglia. C'è la consapevolezza di quanto sia fragile il nostro equilibrio e che il pericolo è sempre in agguato.

Uno stato o una parte di esso, che investe chi ha davanti dello status di nemico, per ideologia, tornaconto o solo stupidità cieca si mette fuori da tutto e da tutti. Verrà isolato. Oggi viene isolato.

E’ il cambiamento dei tempi, solo un piccolo spostamento di prospettiva ma che contiene noi oggi e cambierà la storia domani. Per questo, stranamente, mi preoccupo meno del dovuto delle affermazioni deliranti di chi si sente nel giusto, di chi dappertutto, troppo spesso anche in questo paese, usa l'odio che alberga per trovare nell'altro la giustificazione alla sua miseria morale, alla sua disperazione.  Perché saranno sempre meno e sempre più tenuti a distanza. Ma la consapevolezza serve solo ad alimentare ancora di più la mia vigilanza.

In memoria di chi non ricorda.

 

                               

 

In un giorno di settembre del 1972, durante i giochi a Monaco, 11 membri della squadra olimpica israeliana furono uccisi da un commando palestinese. Furono attaccati di notte e l’assedio alla palazzina fece il giro delle tv mondiali. I giochi, con la logica ancora degli anni settanta, non furono interrotti. Un documentario di pochi anni fa, splendido, ricorda e ricostruisce ogni singolo minuto di quel fatto, con le immagini del momento e le testimonianze. Credo sia fondamentale affiancarlo al film di Spielberg, Munich, che esce in questi giorni, perché quest’ultimo focalizza di più l’attenzione sulla caccia da parte di un gruppo scelto israeliano ai mandanti dell’azione. Insieme possono servire a vedere quali confini ha, e diamo, al male e prendere coscienza sul senso della vendetta.

C’è chi odia è c’è chi ricorda.

Per quanto mi riguarda, non è mai abbastanza.  

 

La meditazione di John Donne - in inglese - è qui.

In italiano, solo uno stralcio, è qui. 

 

 

                               

 

E siccome di violenza e terrorismo non si muore mai a sufficienza, torno adesso dalla conferenza stampa per la donazione del fondo documentario di Robert Katz al comune di Pergine Valdarno, un fondo che raccoglie qualcosa come 60.000 documenti cartacei (carteggi, diari, interviste, appunti) e svariate ore di registrazioni e film.

Io e lui facciamo parte del Consiglio della Biblioteca di suddetto posto, a metà tra Firenze ed Arezzo, dove entrambi abitiamo. Robert Katz è americano di nascita ma toscano per scelta. Arrivato a Roma nei primi anni sessanta, ha preso la decisione di rimanere quando ha incontrato la storia italiana. Dapprima quella della seconda guerra mondiale e poi più avanti, fino al caso Moro, che ha vissuto sul posto.

Giornalista, insegnante, scrittore, storico, durante gli anni ha conservato il materiale che è servito alla redazione dei suoi libri, tra i quali più famosi: MORTE A ROMA, sulla strage delle Fosse Ardeatine e I GIORNI DELL'IRA, sul sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, da cui è stato tratto il film di Giuseppe  Ferrara

Ha anche collaborato alla sceneggiatura di “La pelle” di Liliana Cavani.

E’ un osservatore attento ed è interessante vedere la nostra storia attraverso gli occhi di qualcuno che arriva da un po’ più lontano, uno sguardo coinvolto da fuori ma alla fine coinvolto del tutto.

Lo posso capire. 

Anche la nostra storia è una cosa strana. Ingombrante o cedevole, a seconda dei casi, da ignorare o portare ad esempio secondo i momenti, le idee, le correnti, è comunque la nostra memoria. Che svanisce piano piano, impercettibilmente, se non la tratteniamo. Ed il tempo è poco e la voglia di mollarla dove ormai sta - nel passato, appunto - è forte. Si, potremmo lasciarcela. Senonché non faremmo giustizia a chi l’ha vissuta e ci si è anche fermato per sempre. Il compito gravoso di ascoltarla ogni tanto, in memoria di chi non può ricordare. 

Per quanto ci si rifletta, non è mai abbastanza.  

 

L’archivio Robert Katz (A.R.K.) sarà visionabile da chiunque ne faccia richiesta per scopi di studio contattando il Comune di Pergine Valdarno al suo sito (c’è anche un PDF scaricabile)

Invece il sito personale di Robert Katz, con molti documenti di storia italiana, è qui. 

Per chi è interessato alla storia in generale, un sito notevole di memoria del ‘900 è qui. 

Postato da: MenandDreamers a 15:20 | link | commenti
cinema, letteratura, storia



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